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Vorrei poterti dire
di Corinna De Cesare
Vorrei poterti dire che va tutto bene, che ricordo ogni giorno di farti la spremuta d'arancia e darti la vitamina D, tre gocce a te e quattro a me. Vorrei poterti dire che puoi invitare a casa i tuoi amici dopo l'asilo o che puoi andare al parco, al cinema a vedere un film o dai nonni a Roma a giocare con i gatti a cui abbiamo dato nomi pazzi e che tu ripeti a memoria: biondino, nerino e poi la mamma, quella che con le striature bianche sulla pancia che vuole stare sempre per conto suo. Anche io in questo periodo sto spesso per conto mio e mi rifugio nelle parole, le uniche che mi danno un po' di sollievo. Quelle altre, quelle che hai imparato anche tu in questo nuovo vocabolario, vorrei dimenticarmele per sempre: contagi, covid, lockdown, coronavirus, ospedale, amuchina, gel, mascherina, ambulanze. Vorrei poterti dire che lo faremo davvero e ce le dimenticheremo per sempre queste parole, che smetterai di sentire le sirene dell'ambulanza che passano sotto la finestra della tua camera e ti svegliano. Vorrei poterti dire che questo inverno andremo sulla ruota panoramica, quella sulla tua carta da parati e che torneremo a viaggiare, a vedere le campagne e le città che volano dal finestrino del treno. Vorrei poterti dire che a Natale non saremo soli, che prima o poi smetterò di stare chiusa in camera da letto a lavorare, che riprenderemo a mangiare la pizza con Tabata, ad uscire con Giacomo, che andremo di nuovo sui gonfiabili, che smetterò di chiederti in continuazione hai lavato le mani? Vorrei poterti dire che ricordo tutti i giorni di metterti il miele nel biberon a colazione, per la gola. E invece mi dimentico tutto e sto qui che mi sveglio stanca e in ansia, arranco tra boccette, miele e telefonate alla pediatra per un vaccino introvabile sia per te che per noi. Vorrei poterti dire che ha ragione Rodari quando dice che sbagliando si inventa, invece sono qui che sbaglio tutto, pure la ricetta del minestrone e non invento niente, nemmeno le favole che vuoi ascoltare prima di andare a letto quando io sono stanca morta e mi addormento vicino all'unicorno gigante anche se sono appena le nove e mezza di sera. Vorrei poterti dire che sono forte e ti proteggerò invece non sono capace di proteggere neanche me stessa: avrò cambiato abbastanza spesso la mascherina? Ho igienizzato le mani dopo aver aperto il portone? Sono un'egoista superficiale se penso che mi mancano il cinema, gli amici e la vecchia vita mentre la gente muore? Sarò stata attenta quel giorno che mi sono concessa un caffè al bar? E quell'incontro di lavoro sarà stato sicuro? Io non sono sicura più di niente, neanche se prepararti a un'altra chiusura della scuola. Una sera, dopo cena, ti ho chiesto: Ti ricordi quando stavamo sempre a casa? Quando abbiamo disegnato l'arcobaleno e lo abbiamo appeso, quando non vedevamo nessuno se non sul telefonino? Tu hai ammesso che no, non ricordavi proprio niente e ho pensato che anch'io vorrei svegliarmi e non ricordare più niente, come Drew Barrymore in 50 volte il primo bacio. Non voglio ricordare niente, tanto meno queste assurde parole con cui ogni giorno facciamo i conti e che ascoltiamo ossessivamente a tutte le ore: covid, lockdown, coronavirus, ospedale, gel, mascherina, ambulanze, contagi. Vorrei poterti dire che sono come te, cara Margherita, che ti svegli con i libri in mano o che canti a squarciagola mentre andiamo a scuola e incrociamo solo facce mascherate. Tu neanche le noti così come non noti l'uniforme spaziale delle maestre a cui io invece fatico ad abituarmi. L'altro giorno hai giocato con la tua amica tutto il tempo e dopo una giornata insieme trascorsa ad abbracciarvi, scambiarvi giochi e rotolarvi per terra, vi siete salutate alzando il gomito. Avete iniziato a ridere e a fare gomito contro gomito come se fosse un nuovo gioco. E ho pensato che sì, è proprio quello che vorrei poterti dire: è solo un nuovo gioco.
L'autrice
Corinna De Cesare, 37 anni, è giornalista del Corriere della Sera. Ha seguito per il quotidiano di via Solferino la crisi greca e le elezioni europee. Scrive ora principalmente di donne, lavoro, pari opportunità. Fondatrice di thePeriod, nel 2021 uscirà il suo primo romanzo con Salani.
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Parliamo di tette grosse
di Grazia Rongo
“Addrizza la schiena” è l’imperativo che mi ha accompagnata dagli 8 ai 20 anni circa. Genitori e insegnanti me lo ripetevano ossessivamente e io per qualche minuto li accontentavo pure ma poi tornavo a chiudere le spalle a guscio come sempre. Il problema non era la colonna vertebrale ma tentare di nascondere le tette. Vederle spuntare in quarta elementare è stato a dir poco un trauma. Le abbondanti misure materne avrebbero dovuto insospettirmi ma tutti mi dicevano che ero u-g-u-a-l-e a papà. Tranne poi capire in pochissimo tempo che avrei potuto sì contare su capelli, occhi e naso paterni ma che il dna aveva messo in conto anche non trascurabili dettagli materni. In prima media mi presentai con lo zainetto rosa di Barbie, un’orribile maglia in lycra aderente e nessun grembiulino bianco che mi aiutasse a nasconderle. Ho invidiato da subito le amiche piatte, le stesse che invidiavano me per opposti motivi. Quando la vicina di casa mi regalò il primo reggiseno, bianco, in cotone, con un cuoricino al centro, la solerte madre tuonò: “Mettilo subito, altrimenti cresceranno e ti cascheranno o ti verranno le smagliature”. Cioè nemmeno il tempo di capire che sarebbero cresciute e già rischiavano di essere sconfitte dalla forza di gravità.
Iniziai ad uscire da casa col reggiseno e a toglierlo nell’androne del portone per infilarlo in tasca. Rimediai, dall’armadio di papà, due maglioni enormi nei quali riuscivo a nasconderle meglio ma bastava distrarmi un attimo che loro erano lì, pronte a esplodere. Quando in classe me le dimenticavo e provavo a stiracchiarmi dopo ore seduta davanti al banco di scuola, c’erano i compagni di classe con gli ormoni a palla pronti a puntarle. Mi sentivo inappropriata, goffa e riuscivo a porre rimedio a questo disagio solo grazie alle felpe e ai giubbotti extralarge (grazie paninari!). Le scollature mozzafiato per carità, se le poteva permettere solo Madonna o quelle coetanee fortunate a cui qualcuno aveva spiegato che non c’era niente di cui vergognarsi perché le tette, si sa, fanno parte di noi. Che averle più piccole o più grandi avrebbe fatto solo differenza di taglia e che la "schiena dritta” era un modo per affrontare la vita senza esserne di fatto travolta. Che gli uomini le avrebbero guardate fino a metterti in imbarazzo ma che il problema era loro, non tuo. Invece niente, ho dovuto imparare a sopportarle mio malgrado. Quando sentivo i compagni di scuola urlare: “Le tette sono arrivate, tra un po’ arriva Grazia” e tutti che ridevano tranne io, avevo solo voglia di girare i tacchi e riportarmele a casa. La svolta è arrivata compiuti i 23 anni, sfogliando un settimanale femminile nella sala di attesa del mio dentista. Lì lessi per la prima volta dell’importanza dell’autopalpazione per la prevenzione del tumore al seno. E a me che le avevo schivate per una vita intera, figuriamoci se mi era mai passato per la testa di sfiorarmi le tette. Tornai a casa, mi stesi sul letto, alzai il braccio destro e iniziai a toccarmi il seno con la mano sinistra. Prima lo sfiorai, poi iniziai a tastarlo e quando sentii una nocciolina sotto le dita, mi si gelò il sangue. Senza dire niente nemmeno alle mie coinquiline, andai al pronto soccorso del Policlinico di Bari. Dopo un’attesa infinita mi spedirono in senologia per sottopormi a un'ecografia. “È un noduletto dai contorni strani” sentenziò la dottoressa mentre mi bucava il seno destro per l’agoaspirato. Dopo 15 giorni, il referto con le sue “cellule anomale” finì in oncologia: “La ricoveriamo appena si libera un posto e si prepari, la forma non promette niente di buono, nell’ipotesi peggiore le toglieremo un quarto di seno ma poi le aggiusteremo anche l’altro”. Uscì dal reparto sola e in un mare di lacrime. Mai una gioia da quelle due: le avevo odiate per una vita intera ma l’idea di doverle rimpicciolire così non piaceva per niente. Fui assalita dal desiderio di indossare un push-up e sbatterle in faccia al mondo, invece stavolta dovevo difenderle sul serio. Spoiler, questa non è una storia drammatica: l’intervento si risolse nel giro di poco, anche se in quel poco riuscì a litigare pure con l’anestesista della sala operatoria. Quando mi risvegliai, vidi lo sguardo sfocato del chirurgo e la sua bocca da muppet che diceva: “Abbiamo tolto solo il nodulo, resterà una piccola cicatrice”. Aveva ragione Woody Allen quando diceva che le parole più belle del mondo non sono “ti amo” ma “è benigno”. Sorvolo sul chirurgo senologo che, prima dell’intervento, mostrò almeno tre volte le tettedegenti agli studenti di medicina e stendo un reggiseno pietoso anche sull’anestesista (un altro) che, per "auscultare" i bronchi, mi chiese di toglierlo anche se non ce n’era bisogno. A quel punto mi interessava solo uscire da lì più o meno intera. È 
stato solo allora, forse, che ho iniziato a fare pace con le mie tette. Perché sarà pure una banalità che una cosa ti manca o impari ad apprezzarla solo quando non ce l’hai più, ma io ho imparato ad amarle proprio quando me ne stavano portando via un pezzo. E per chi se lo stesse chiedendo, sì, anche oggi che ho 48 anni e ogni tanto mi godo una bella scollatura profonda, la solerte madre continua a ripetermi: “Addrizza la schiena”.
L'autrice
Grazia Rongo, giornalista professionista dal 2003, da qualche mese vignettista per Repubblica Bari. Ha lavorato per agenzie, quotidiani e radio. Dal 2007 è a Telenorba. Ogni tanto cucina, spesso fa il bucato, pulisce regolarmente la lettiera di Pollon e Otello a cui somministra altrettanto regolarmente lauti pasti
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Imperdonabili
di Alessandra Minervini

La passione della perfezione viene tardi. O, per meglio dire, si manifesta tardi come passione cosciente” ha scritto Cristina Campo, una scrittrice d'altri tempi che tengo sul comodino, vicino al letto, a portata di mano, per tutte le volte in cui mi sento anche io una donna d'altri tempi. Se oggi Campo riscrivesse “Gli imperdonabili”, il saggio che compose all'inizio degli anni Sessanta, lo aggiornerebbe al femminile: “Le imperdonabili” come lo è stata lei e come lo saranno tutte le autrici, per lo più dimenticate, di cui scriverò qui. E che oggi verrebbero definite acide, stronze, cattive, “nasty woman” come chiama in genere le donne Donald Trump, cioè le avversarie particolarmente brave a metterlo in difficoltà (non ci vuole tanto!). Vittoria Maria Angelica Marcella Cristina Guerrini invece è stata una donna tutta d'un pezzo, nonostante i tanti nomi con cui è nata. Algida, come la sua bellezza, tra le scrittrici più belle della storia letteraria italiana, un tratto che infatti non le è mai stato perdonato. Ha cambiato nome per pudore, com'è avvenuto per molte altre donne che firmavano da uomini o con altri nomi da donne le loro storie: le sorelle Brontë, Agatha Christie, Sibilla Aleramo. Non si perdonava loro l'identità letteraria, cioè quella “calma ostile”, per usare un termine alla Campo, con cui prendevano se stesse, vita interiore e annessi e connessi, e la mettevano su carta. Cosa c'era di imperdonabile? Non solo il fatto di essere donne ma quello di essere “un certo tipo di donne”. Campo, per esempio, non poteva permettersi di pubblicare con il peso della famiglia di appartenenza, una famiglia altoborghese con cui condivise un'infanzia ossequiosa perfino nella scelta delle letture. “Avevo nove o dieci anni - scrisse - pregai mio padre di lasciarmi leggere qualche libro della sua biblioteca. Egli, con un gesto, l’escluse quasi tutta: 'Di tutto questo, nulla' mi disse; poi, indicandomi una scansia separata: 'Questi sì, puoi leggerli tutti, sono i russi. Troverai molto da soffrire ma nulla che possa farti male'”. Così le consigliò il padre e così fece Cristina Campo che visse una vita intera, e di conseguenza la sua aspirazione letteraria, con quel peso da perfezionista che l'ha poi rinchiusa nel culto della parola, fino a diventare ossessionata dalla perfezione. “Ha scritto poco, e le piacerebbe aver scritto meno”, diceva di sé. E infatti i suoi lavori principali mostrano una penna appartata, che divenne poi il suo stile di vita: scrisse prose, più o meno lunghe, fiabe, poesie e traduzioni letterarie. Ma quell'ossessione della perfezione è un fatto che non le perdoneremo mai, un delitto che oggi, come ieri, continuiamo a compiere numerose. Attratte dalla perfezione in ogni esperienza, dal lavoro alla vita privata, dalla vita di coppia a quella familiare, dall'estetica all'etica pretendiamo da noi stesse sempre di più. E così, mentre agli uomini si perdona tutto, a noi stesse non perdoniamo niente. Non una virgola fuori posto, non un'intemperanza nel carattere, non una storia d'amore incompiuta, un matrimonio fallito o una frittata sfatta. Cristina Campo ha passato la vita intera a cercare le parole giuste che non ferissero chi, dopo essere stato perdonato, stava per leggerle. “Se qualche volta scrivo è perché certe cose non vogliono separarsi da me come io non voglio separarmi da loro. Nell'atto di scriverle esse penetrano in me per sempre - attraverso la penna e la mano - come per osmosi”. Cercava la bellezza solo attraverso la perfezione e noi qui faremo l'esatto opposto. Scrivendo di donne, scrittrici più o meno sconosciute che parlano di noi. Della nostra ansia di prestazione, della nostra sindrome dell'impostore, dei nostri sbagli e di quest'attrazione fatale con la perfezione da cui presto, prima o poi, ci libereremo.    

L'autrice
Alessandra Minervini, (1978), è nata a Bari dove ora vive. Si è laureata in Scienze della comunicazione a Siena, in seguito si è diplomata alla Scuola Holden e ha conferito il master in scrittura cinematografica alla Rai. Da anni è docente Holden per i corsi esterni e online, writing coach. Lavora come editor e insegnante di scrittura e i suoi racconti sono apparsi sulle principali riviste letterarie. Ha pubblicato il romanzo Overlove (LiberaAria, 2016) e Bari, una guida per Odos Edizioni 
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