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Natale disgiunti
di Corinna De Cesare
Mia madre, con la consueta dose di drammaturgia da Natale in casa Cupiello, mi ha telefonato per dirmi che è il primo anno, da quando sono nata, che non passeremo il Natale insieme. E quindi niente pettole, niente vincotto sulla tovaglia bianca con le conseguenti madonne, niente frittura quella leggera che non si scolla dai vestiti neanche dopo la seconda centrifuga in lavatrice, neanche dopo la lavanderia o una doppia dose di Omino bianco igienizzante liquido. Niente fuga al cinema con gli amici dopo il pranzo di Natale terminato alle 19 giusto in tempo per lo spettacolo in prima serata. Niente parenti tramortiti sul divano tra la prima e la seconda portata, niente di niente, nemmeno le consuete ironie sul nome di mio padre che a Natale festeggia anche il suo onomastico e da tempo immemore gli è stato annunciato che mai nessuno, in famiglia, asseconderebbe la tradizione patriarcale di chiamare i figli come lui.
In compenso, molti sensi di colpa. Perché beati voi che avete genitori cauti, apprensivi, chiusi in casa con dispenser di amuchina e montagne di FP2 a murare la porta di ingresso come fossero mine antiCovid. Qui è tutto un "però mi sembra esagerato" "potevamo farci tutti il tampone" "avreste potuto", "avremmo potuto", "non siamo mai stati così soli". E "Mamma, mi passi al telefono papà che lo saluto?" "È al bar". E hai voglia a spiegarle che di questi tempi, a 72 anni, al bar non ci deve andare, che non trascorriamo il Natale insieme proprio per lui, per essere cauti, per non rischiare. Niente: perdete ogni speranza voi che entrate. La stessa frase che avrebbero dovuto dirci con onestà intellettuale, gli oroscopi a fine 2019. E invece eccoci qui, a raccogliere i cocci di questo annus horribilis.
I segnali dell'anno infausto io, ad essere onesta, li avevo colti tutti. Come un meteorite che rischiava se non un'estinzione di massa, per lo meno un allontanamento coatto dalla casa degli amici in cui stavamo festeggiando l'ultimo dell'anno, il 31 dicembre 2019 erano arrivati, chiari, neri, bruttissimi, i pidocchi. Uno era spuntato sulla fronte di mia figlia proprio mentre noi adulti stavamo consumando il cenone, le bambine giocavano a fare i Pj Masks e noi tentavamo di rilassarci con un buon Tormaresca. Sono andata avanti per mezz'ora con occhiatacce rivolte a mio marito e poi il piedino sotto al tavolo e mani sui capelli a mimare quell'animaletto nero che le avevo visto all'improvviso spuntare sulla faccia sperando fosse solo un moscerino ma insospettita, sia messo agli atti, da un discreto prurito della creatura. E tutti a dire: sei la solita esagerata, è il sudore, ha i capelli ricci, di notte a casa fa troppo caldo, abbassa la temperatura dei termosifoni. Poi, quando l'ultimo dell'anno abbiamo capito che non era ovviamente un moscerino, le mani nei capelli ce le siamo messe noi, senza sapere che quello sarebbe stato anche il gesto più usuale di tutto l'anno nuovo. Un anno a cui non possiamo perdonare niente, manco i pidocchi e neanche, per quanto mi riguarda, il fuoco di Sant'Antonio comparso i primi giorni del 2020 quando non usavamo ancora parole come "distanziamento", "dpcm", "indice rt", "immunità di gregge" e persino un herpes zoster poteva sembrare, nel mio piccolo mondo antico, una tragedia greca. Che illusa! 
Subito dopo sono arrivate le giornate ad aspettare la conferenze stampa delle 18: siamo diventati tutti virologi, infettivologi, esperti di armi chimiche e batteriologiche. Tutti aspiranti membri della task force Colao: chi con i punti fragola voleva gestire l'approvvigionamento dei supermercati, chi con l'abbonamento decennale dell'Atac si offriva come super esperto di  mobilità e trasporto pubblico o sottosegretario alle Infrastrutture. Ognuno insomma si è dato da fare come ha potuto ma nessuno, e ripeto nessuno, si sarebbe mai aspettato che ancora a Natale, saremmo stati qui a parlare di zone rosse, mascherine, gel e tamponi e feste disgiunte. Tanto meno i miei che "a Roma mica è come a Milano, siamo tutti bene". Perché a Roma, si sa, c'è l'immunità di gregge, l'abracadabra di Virginia Raggi, la protezione del Santo padre. A Roma, secondo la filosofia dei miei, si può stare tranquilli e quindi che non te lo fai un giretto nel centro commerciale per prendere le padelle nuove scontate al 50%? E che non vai a vedere come ogni anno i cento presepi al Vaticano? E che non prendi il 980 con quelle 30-40 persone tutte ammassate sul bus per accompagnare tuo fratello in ospedale? E che non te lo fai un giretto con un'amica?
"Ma mamma, non dovete uscire"
"Vabbè ma solo con Marcella sono uscita"
Marcella ovviamente ha preso il Covid e non si sa per quale miracolo non l'ha passato anche a loro. Siamo salvi, sono salvi e considerati tutti questi elementi messi insieme, mi sembra già un grandissimo miracolo di Natale per cui brindare, congiunti o disgiunti. E quindi sì, siamo rimasti a Milano, con un cielo plumbeo, le strade vuote, i parenti lontani, una tristissima recita dei bambini registrata e guardata sul telefonino, i panettoni al cioccolato ordinati dalla Sicilia e mai arrivati perché potrai mai tu, terrone, essere nella patria del panettone e comprarlo dove vivi, lì dov'è stato inventato? Ovviamente no. Abbiamo consegnato i regali  agli amici di corsa, sotto il portone di casa, ad alcuni in quarantena glieli abbiamo quasi lanciati dalla finestra. Faremo con i miei una scoppiettante videocall di Natale come se in tutto l'anno non avessimo già fatto abbastanza video di Zoom, Teams eccetera eccetera. Ma la panacea di tutti i male è la distanza e oggi ci si consola con la paranza. E quindi in alto i calici perché, non so voi, ma io con questo senso di morte che ha pervaso tutto il 2020 che altroché I Sepolcri, non ho il coraggio di lagnarmi. Non ho il coraggio di deprimermi, di blaterare, borbottare per gli aperitivi mancati, i viaggi mai fatti o gli affetti lontani: siamo salvi, lontani ma vivi. E vi sembra niente il sole? A Milano non pervenuto, ma questa è un'altra storia. Auguri a tutti, anche in famiglia e se è ancora tutta intera, non è già un grandissimo, incredibile, petaloso Natale? 
L'autrice
Corinna De Cesare, 38 anni, è giornalista del Corriere della Sera. Ha seguito per il quotidiano di via Solferino la crisi greca e le elezioni europee. Scrive ora principalmente di donne, lavoro, pari opportunità. Fondatrice di thePeriod, nel 2021 uscirà il suo primo romanzo con Salani.
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Ci avete scritto in duecento per consultare l'archivio theP. Qui i mille giorni di te e di me alla voce "past issues"
Il Natale con cui renderò ricca
la mia psicanalista

di Maria Cafagna
Ciao, sono il Grinch e vi dirò che a me questo Natale semi-chiuso mi sta pure bene. Sì, perché a casa mia il Natale è stata sempre una fonte d’ansia, come qualsiasi appuntamento in cui ci si riunisce tutte e tutti attorno a un tavolo a mangiare, ma il Natale è pure peggio. Mi spiego. Ogni anno, a Ferragosto, intorno all’ora di cena, mia madre pronuncia la fatidica frase che sancisce la fine dell’estate: è passato Ferragosto, tra poco arriva Natale e poi un altro anno è finito. SBEM. Tu sei ancora lì con la salsedine nei capelli, stai addentando una fetta d’anguria, ci sono quaranta gradi alle undici di sera e l’idea che possa tornare il freddo non ti passa nemmeno per l’anticamera del cervello e invece tra poco è Natale. Ed è più o meno intorno agli inizi di novembre che quell’ansia sottile che tua madre ti ha instillato quando ancora puzzavi di Autan prende vita e diventa l’ansia di Natale: chi ci sarà? chi non ci sarà? i parenti dalla Francia riusciranno a venire e se sì, dove li mettiamo? Chi si occupa della spesa? Cosa mangiamo? Questo giro di telefonate all’insegna dell’isteria iniziava più o meno dopo la Festa dei Morti e continuava con un’escalation d’ansia fino alla vigilia della vigilia e qui, amiche, compagne, io calo l’asso dei traumi, anzi, ne calo due facendo ciao ciao con la manina alla mia povera psicanalista.
Tra la Festa dei Morti e la Vigilia di Natale c’è San Nicola, il santo patrono di Bari ma non patrono del mio paese. Eppure chissà per quale ragione, da noi i regali li porta San Nicola il 6 dicembre. Non Babbo Natale il 25, mai sia, perché da noi la lotta alla globalizzazione e a questi americani che ci vogliono imporre le loro tradizioni è una cosa seria. Per cui, mentre in tv passavano le reclame dei giocattoli portati da Babbo Natale e “che bello scartare i regali insieme sotto l’albero”, da noi i regali sono già arrivati e mica sotto l’albero, no no, perché l’albero si fa l’8 dicembre. Avete presente quando i nati a dicembre si lamentano che loro non si godono le feste perché non ricevono i regali la notte di Natale? Bene, al mio paese è come se fossimo tutti nati a dicembre, una cittadina di bambini e bambine traumatizzati in nome dell’impermeabilità alle innovazioni, un gigantesco SPOILER su larga scala. E come se questo non bastasse, a casa mia mica si fa il cenone, no no, a casa mia si fa il pranzone con conseguenze devastanti per la tenuta psicologica di tutta la famiglia (e salutiamo sempre la mia  povera psicanalista). I preparativi del pranzone iniziano che il sole deve ancora sorgere con mia madre già in cucina e mio padre in giro per la città a cercare cose che si sono scordati di comprare: mia madre cucina, si accorge che manca qualcosa, manda mio padre al supermercato, mio padre rientra ma è a quel punto che mia madre si ricorda di aver scordato qualcos’altro e mio padre esce di nuovo; ripetete il procedimento almeno una decina di volte per 32 anni e voi capite perché la mia psicanalista si sta comprando una villa con piscina grazie alle mie sedute. Ma andiamo avanti. Quindi mia madre è lì, che si scorda le cose e si rifiuta di farsi aiutare a cucinare (sarà una piscina molto grande), intanto arrivano i parenti e mentre i maschi si siedono a parlare del più e del meno, le femmine si adoperano per apparecchiare e servire (una piscina probabilmente coperta e riscaldata) e infine ci si siede tutti quanti a tavola con le donne il più possibile vicine alla cucina in caso di necessità. In tutto questo, in nome della comodità e per non far puzzare i vestiti della domenica, mia madre ha imposto un dress code informale: quindi a casa mia a Natale sono al bando pellicce e pailettes, mentre sono benvenute tute e pigiami, col risultato che più che un pranzo di gala sembra l’aperitivo del corso di zumba. E il pranzo quindi procede, mia madre mangia poco perché in cucina c’è sempre da fare, ci si alza tutti dopo qualche ora e poi? Il nulla. Mentre in tutta Italia e nel mondo fervono i preparativi per il cenone, a casa mia è già tutto finito. Per ingannare il tempo seguono lunghe maratone di tombola per le donne e tornei di carte per gli uomini, perché a casa mia, le donne non giocano a carte perché le carte corrompono la femmina (vi ho già parlato della piscina della mia psicanalista?). Ora, se tutto va bene ci si annoia da morire e si prega il Papa di sbrigarsi a far nascere Gesù Bambino, se tutto va male, ed è andato quasi sempre tutto male, scoppiano liti e recriminazioni, vengono rinfacciati debiti e traumi di anni passati, qualcuno va via sbattendo la porta, qualcun altro dice che sarà l’ultimo Natale e attacca il broncio fino a Santo Stefano, intanto i bambini urlano, i cani abbaiono, qualche zia cerca di mettere pace chiedendo di fare un altro giro di tombola mentre i  più lungimiranti tra noi si sono defilati e si spartiscono le ultime frittelle. Intanto si fa mezzanotte, auguri e baci, niente regali, tutti vanno via e così per altri due giorni. Poi arriva Capodanno e mia madre dice: è passato Natale, tra poco arriva Pasqua.
In tutto questo, in tv passano le immagini di famiglie ben vestite attorno al tavolo del cenone che conversano felici, le donne giocano a burraco o a poker, milioni di bambini in tutto il mondo vivono nell’attesa che arrivi Babbo Natale col suo carico di doni. Alcuni temerari scelgono addirittura di andare in vacanza sulla neve, al mare o a New York. Insomma, cose dell’altro mondo! Come avrete intuito arrivate a questo punto, per me il Natale non è mai stato una festa allegra perché, al netto delle tradizioni senza senso che continuiamo a seguire indefessi, la mia è una famiglia disfunzionale e le feste comandate per noi sono sempre state il momento della resa dei conti. Mi perdonerete se sono un po’ Grinch e sono contenta che quest’anno saremo solo io, mia madre e mio padre; che forse mamma si farà aiutare in cucina, non si sveglierà alle quattro di mattina, magari troverà il tempo per vestirsi e pettinarsi come si deve mentre mio padre potrà finalmente smetterla di andare avanti e indietro e invocare un cesareo d’urgenza per la Santa Vergine. Vorrei potervi dire che per la mia famiglia sarà l’occasione di scrollarci di dosso le vecchie abitudini ma non sarà così: se tutto andrà come speriamo, nel 2021 tornerà tutto come prima. È un controsenso, lo so, ma che volete farci? Buon Natale e che Dio ce la mandi buona.
L'autrice
Maria Cafagna, 32 anni, nata in Argentina, cresciuta in Puglia. Dopo la laurea in DAMS rimane a Roma per dieci anni, poi Milano e ora di nuovo Roma. Si occupa di comunicazione digitale, tv e sui social viene spesso scambiata per Mara Carfagna 
 
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Il regalo che mi sono fatta
per Natale

di Alessandra Minervini

Una delle sedute di psicoterapia che ancora oggi ringrazio di aver fatto è stata quella in cui, un po' di anni fa, ho confessato: "Dottoressa io non voglio sposarmi, non mi sono mai voluta sposare, non ho mai cercato marito. Con le persone faccio finta di dispiacermi di non avere marito ma non è la verità". Venne fuori che avevo vergogna di ammettere che un marito a me non interessa, neanche in questo periodo, neanche con la consueta raffica di domande amorose natalizie. Anzi, è proprio qui che sta l'inganno: io non ho mai mostrato disinteresse per l'amore ma per un marito, semplicemente perché non lo voglio. E così mi sono accorta che fino a qualche anno fa mi vergognavo a sostenerlo a voce alta, mi sentivo fuori dai canoni, una che non ha ancora capito la differenza tra streghe e spose. Oggi non è più così eppure mi sono resa conto che  il matrimonio, ancora adesso, ci viene inculcato come un'ambizione femminile, un traguardo, esattamente come accadeva nell'Inghilterra di fine '700 e come raccontava Mary Wollstonecraft, l'autrice che mi sono voluta regalare per questo Natale e per la vita. Un giorno mi metterò in punta di piedi per declamare in mezzo alla strada, o dove capita, i passi fondamentali per una Vera Educazione. Lo spunto lo prenderò da "Sui diritti delle donne", saggio scritto nel 1792 proprio da Wollstonecraft e diventata subito una delle prime opere della filosofia femminista. Considerata la precorittrice del movimento femminista, pur non essendo stata direttamente una delle fondatrici ufficiali, Wollstonecraft è più che altro una donna matrice, il punto di origine del pensiero antisessista: intelligente e precoce nelle modalità politiche con cui si è battuta per la parità dei generi, ha scelto di partire come campo di discussione proprio dall'educazione scolastica. E come darle torto? Il femminismo è una questione di Educazione, lei lo aveva capito nel 1700 ed è questo che rende il suo punto di vista prezioso e non pretenzioso. "È tempo di compiere una rivoluzione nei modi di esistere delle donne - scriveva - è tempo di restituire loro la dignità perduta e fare in modo che esse, come parte della specie umana, si adoperino, riformando se stesse, per riformare il mondo". Wollstonecraft era la madre di Mary Shelley, a sua volta madre di Frankestein. Mamma e figlia sono state insieme in vita solo dieci giorni a causa della morte della prima per un'infezione post parto. Eppure la figlia ha portato tutta la vita il cognome materno, insieme a quello del marito, proprio per volere di sua madre. Che ebbe un'infanzia burrascosa, un padre alcolizzato e violento e quando riuscì a salvarsi scappando da lui, cercò il riscatto di se stessa e delle donne proprio attraverso l'educazione. Tentò di aprire con Fanny Blood e sua sorella una scuola tutta sua, nel quartiere Islington di Londra, per ristabilire gli equilibri uomo-donna si oppose alla sciagurata istituzione partriarcale del matrimonio e andò a vivere con il padre del suo primo figlio senza sposarsi: "Le donne - diceva - considerate creature razionali e non solo morali, dovrebbero cercare di acquisire virtù umane (o perfezioni) attraverso gli stessi mezzi degli uomini, invece di essere educate da esseri umani a metà". Oggi, nello stesso quartiere dove Mary tentò (senza riuscirci) di istituire uno spazio educativo in cui le distinzioni di genere non avessero più motivo di esistere, c'è una sua statua. L'ha voluta Fiona Woolf, che nel 2013 è stata la seconda sindaca di Londra e che per decenni ha portato avanti la missione di voler realizzare una statua per Wollstonecraft. Una statua bellissima,  che raffigura una donna nuda VERA, per quanto bronzea, con i capezzoli ritti e i peli del pube folti e il viso così come l'acconciatura e tutto il resto, perfino il sesso sono suoi come possono essere di tutte le donne del mondo. Perfino delle educande. Ma proprio per questo la statua è riuscita a dividere a creare polemiche: perché, quando dobbiamo celebrare una donna, scegliamo di raffigurarla nuda? E perché non accade la stessa cosa con gli uomini? "Deploro - scriveva lei - il fatto che le donne siano sistematicamente degradate, oggetto di attenzioni triviali da parte di uomini che considerano tali attenzioni un tributo virile da pagare al gentil sesso, quando in realtà essi lo insultano affermando la propria superiorità". Nel diciottesimo secolo non esiste ancora la parola "sessismo" eppure sembra che Mary la conosca benissimo. L'aspetto sorprendente, leggendo il suo trattato, è che aveva capito dove sta il problema e dove la soluzione: nei libri. Nei sussidiari, perfino nei romanzi, nei libri obbligatori in cui sono sempre gli uomini a raccontare come è andata. Le donne, secondo gli stereotipi educativi, sono troppo occupate a farsi belle, a diventare prede appetibili per futuri mariti. Non è colpa delle donne se sono donne, dice Wollstonecraft, ma è colpa del sistema educativo. Se lo si riforma, se si concede anche alle donne di raccontare come vanno le cose, se anche le bambine potranno accedere allo studio senza sembrare pazze, ribelli o frivole, allora quella falsa innocenza femminile svelerà la sua vera essenza. Con una educazione paritaria si dà alle donne la possibilità di crescere, di diventare essere umani, con gli stessi diritti non solo di espressione ma di desiderio degli uomini. "La Rivoluzione non era qualcosa accaduto al di fuori di lei. Era qualcosa che viveva nel suo sangue. Tutta la sua vita era stata una rivolta: contro la tirannide, la legge le convenzioni" ha scritto di lei Virginia Woolf. Per Wollstonecraft, la parola rivoluzione è un assillo tenace e continuo, il matrimonio un'istituzione retrograda e presa di mira e anche se alla fine si sposò con il futuro padre di Mary Shelley, non fu mai per lei il matrimonio una meta, un traguardo, un'ambizione. "Io non ne concludo di desiderare un rovesciamento dell'ordine delle cose, avendo già concesso che, dalla costituzione fisica, gli uomini sembrano essere stati concepiti dalla Provvidenza per raggiungere un grado più elevato di valore. Parlo collettivamente nell'insieme dei sessi e non vedo l'ombra di ragione per concludere che le virtù dei due sessi devono differire tra loro, pur avendo riguardo alla loro differente natura. In effetti, come potrebbero differire, se la virtù non si presenta che sotto una specie eterna?". Lo scriveva una donna nel 1792, lo diciamo noi all'alba del 2021. Speriamo ancora per poco.

L'autrice
Alessandra Minervini, (1978), è nata a Bari dove ora vive. Si è laureata in Scienze della comunicazione a Siena, in seguito si è diplomata alla Scuola Holden e ha conferito il master in scrittura cinematografica alla Rai. Da anni è docente Holden per i corsi esterni e online, writing coach. Lavora come editor e insegnante di scrittura e i suoi racconti sono apparsi sulle principali riviste letterarie. Ha pubblicato il romanzo Overlove (LiberaAria, 2016) e Bari, una guida per Odos Edizioni 
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