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Metti un po' di musica
di Corinna De Cesare
Ho voglia di balli scosciati, quelli con la musica a tutto volume, il bicchiere in mano, i capelli sudati appiccicati al collo, le scarpe rosse mai messe e comprate online come guanto di sfida al lockdown (ho perso), io che urlo "Metti un po' di musica leggera perché ho voglia di niente". E se ancora non fosse chiaro l'effetto Colapesce e Dimartino, vorrei pure i pattini a rotelle, quelli con cui mi sono spaccata il braccio quando avevo dieci anni. Per dimostrare che c'è sempre tempo di spaccarselo di nuovo, il braccio, e anche la testa, pure se ho un lavoro, una figlia, un mutuo da pagare, le lavatrici da stendere, il gomito del tennista da curare senza mai aver giocato a tennis, le felpe sporche di sugo da smacchiare che mi fanno maledire tutte le volte che ho messo via i bavaglini anche se tu ormai sei grande e hai iniziato a chiudere la porta della tua camera quando ti faccio arrabbiare. Ho voglia di rivedere qualche amica, pure quelle con cui ho fatto ghosting, quelle che neanche seguo più e poi mi mancano, quelle con cui facevo colazione o con cui andavo a vedere una mostra, un film, con cui parlavo senza dire niente e a cui confessavo che neanche a 38 anni riesco ad "amare senza avere tanto" e invece riesco da sempre ad "urlare dopo avere pianto". Pure se non c'è un motivo, anche se un motivo poi lo trovo sempre. Ho voglia di viaggiare da sola, prendere un aereo all'alba (ché la comodità è troppo borghese), lasciare a casa lo spazzolino, chiedermi ossessivamente se mi puzza l'alito mentre parlo con qualcuno, dimenticare per l'ennesima volta di togliere la cintura dai pantaloni da mettere sul nastro, comprare patatine sull'aereo a 5 euro sentendomi scema e farlo lo stesso, parlare in volo con gli sconosciuti mentre in realtà la mia mente sta cantando "la gente purtroppo parla, non sa di che cazzo parla". Ho voglia di un concerto e degli orrendi panini da mangiare prima di entrare a San Siro e per i quali so già che poi dovrò bere due litri di acqua tutta la notte. Ho voglia di cantare a squarciagola le canzoni insieme a mille e altre persone che non conosco, di saltare in tribuna numerata come una vecchia guardando al prato come si fa con un ex bono, "magari faccio due palleggi mai dire mai". Ho voglia di rivedere i miei, guardare mia madre che gioca sul tappeto con mia figlia, papà che si addormenta stanco sul divano, i capelli sempre più bianchi che ho intravisto solo su whatsapp. Ho voglia di concedermi una serata senza figli, ondeggiare come "una foglia, anzi come la California". Ho voglia persino di rivedere tutta la gente che negli ultimi anni mi ha detto no, cantargli "Ogni volta che nella mia vita non pensavo di essere abbastanza", alzare l'ascella fucsia e andarmene. E invece niente, l'ascella resta a casa, il vestito fucsia pure e prendo sempre più le sembianze di un RVM di Irama: stessi capelli, stessa tuta, stesso sguardo fisso al pc, stesso gomito del tennista, stesse riunioni su zoom fatte da sigle, facce, silenzi, sbadigli, stessa gioia di vivere. Solo l'incazzatura cambia a seconda dei giorni ma puoi star certo che ci sarà, rivolta a chi ha chiuso di nuovo le scuole, a chi ci ha messo la vita in autotune, alle direttrici che si fanno chiamare direttori, alle Palombe a cui dobbiamo ancora dire grazie, a quelli che si indignano per chi ha voglia di un po' di leggerezza. Sarebbe bello riuscire ad avere la stessa grazia di Ornella Vanoni e mandare tutti affanculo senza che neanche se ne accorgano, un applauso e tanti saluti e baci. E invece niente, ormai non abbiamo più neanche Sanremo. Solo sesso e ibuprofene (vabbè anche Meghan Markle dai).
L'autrice
Corinna De Cesare, 38 anni, è giornalista del Corriere della Sera. Ha seguito per il quotidiano di via Solferino la crisi greca e le elezioni europee. Scrive ora principalmente di donne, lavoro, pari opportunità. Fondatrice di thePeriod, ad aprile uscirà il suo primo romanzo con Salani.
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Consigli non richiesti
di Ilaria Gaspari
Un giorno ero a spasso con il mio cane, che più di ogni altra attività (a parte mangiare) adora spalettare la terra con le zampe anteriori, come se scavasse una buca, ma senza scavarla. Semplicemente, lui spaletta, tutto soddisfatto, la lingua penzoloni; e così faceva anche quel giorno, in un’aiuola vicino casa, dopo una lunga camminata per i prati di Villa Borghese; eravamo in giro da più di un’ora, ora che mi ero ritagliata in una giornata piena di impegni e seccature della più varia qualità. Guardo l’orologio: di lì a un quarto d’ora dovevo essere su Meet per una riunione editoriale sul titolo del mio libro. Era ora di tornare a casa; il cane s’impunta, tiro appena il guinzaglio per fargli capire che dispiace pure a me ma dobbiamo andare. Una voce mi raggela: lascialo stare! Non vedi che vuole stare nell’erba? Una signora dalla postura matronale mi fissa con cipiglio bellicoso da sopra la mascherina. Io li conosco i cani!, tuona. Sì, dico io, che non lo metto in dubbio; ma ho un appuntamento di lavoro e siamo in giro già da un’ora. Mi do fastidio da sola: perché mi sto giustificando? Che diritto ha questa sconosciuta di dirmi cosa devo fare o non fare con il mio cane, che non sa niente della mia giornata? Nessun diritto; ma il cane, ho scoperto è materiale sopraffino per il CNR. CNR non sta, qui, per Consiglio Nazionale delle Ricerche, bensì per Consiglio Non Richiesto. Quegli strilli da un lato all’altro della via, da una perfetta sconosciuta a una sconosciuta; l’insistenza che manifesta poi, l’insofferenza con cui, mentre mi allontano con il cane tutto baldanzoso (lui sa che al ritorno dalla passeggiata si può dedicare all’altra attività cara al suo cuore: il pranzo) la signora si volta verso di me dandomi della padrona degenere, ecco, tutto ciò rientra perfettamente nella liturgia del CNR. Il Consiglio Non Richiesto, nella sua forma più pura, deve pioverti addosso a bruciapelo; lasciarti di stucco. E chi te lo lancia, come una palla avvelenata, dall’alto delle sue molte certezze, se vuol portare a termine il suo lavoro deve rimanere impalato a guardarti mentre cerchi cosa dire, annaspi, inizi a sentire l’inadeguatezza, e la prossima volta ci penserai due volte, a commettere la leggerezza per cui sei stata richiamata. Ho scoperto che ci sono settori più sensibili al CNR – mentre vasta e variegata è la composizione del corpo dei consigliatori seriali: uomini ma spesso anche donne, soprattutto di mezza età (ma non mancano i consigliatori juniores, più infidi perché insospettabili), legati da rapporti labili ma talvolta proprio da nessun rapporto al bersaglio del suddetto consiglio: possono essere negozianti, condòmini, amici di amici, lontani parenti che si vedono una volta ogni morte di papa, passanti, viaggiatori, tassisti, utenti di social, automobilisti. I settori a mio parere più sensibili sono: l’educazione e la gestione dei cani; e, ancor di più, la puericultura. Ma può capitare di ricevere CNR in ogni campo: nell’ambito accademico, per esempio (come successe a una mia cara amica che, fresca matricola di Filosofia, si sentì domandare dal professore: ma lei ci ha pensato bene, a studiare queste cose? I suoi genitori sono ricchi, spero…); in quello professionale, in quello esistenziale. Senza trascurare le apparenze, abbigliamento e cosmesi: come ti vesti, perché quelle scarpe, ma quel rossetto?; te la sei cercata, non ti puoi permettere una gonna così lunga/così corta, a seconda dell’occasione. Per quel che riguarda cani e bambini, se siete giovani donne (bersaglio prediletto dai dispensatori di CNR) e andate in giro con un quattrozampe al guinzaglio, e/o con un bebè, che sia ancora nella pancia, nel marsupio, nella carrozzina o trotterellante sui suoi stessi piedi, potete star tranquille: un CNR, anche di striscio, ve lo beccate. Io di bambini ancora non ne ho (e infatti: pensaci bene, poi te ne penti, ma sei sicura?), ma ho personalmente assistito a una casistica abbastanza vasta da permettermi di generalizzare. Il bambino piange? Qualcuno verrà a dirti che ha fame, che ha sete, che è stanco. Il bambino ancora non si vede, perché sei incinta? Tutti a preoccuparsi se fai cento metri sotto il sole, tutti solleciti nel farti sentire una matta irresponsabile che non ha a cuore la salute del nascituro. L’ambiente prediletto per il CNR (la cui incidenza è incrinata, ma non drasticamente, dal COVID) è la strada, il parco, insomma il luogo pubblico, che permette interazione e contatto visivo fra sconosciuti. Infatti possono funzionare benissimo anche i social: ricordo ancora lo sconcerto di una mia amica che per aver pubblicato la foto di suo figlio vicino alla sua gatta si beccò tante ramanzine, rampogne e brontolii, quante Catilina ne prese da Cicerone. Ma perché questo accanimento di CNR su ragazze e donne, signore e signorine a spasso con guinzagli, marsupi, passeggini? Io malgrado tutto voglio appassionatamente continuare a credere alla bontà degli sconosciuti, e quindi penso che, alla radice, ci sia anche una sorta di tenerezza: per il bambino, per il cane. Per la stessa destinataria del consiglio non richiesto: ma è proprio qui, credo, il problema. Perché l’idea dietro il CNR è forse quella che ci sia una sorta di sapere collettivo al quale bisogna essere iniziate, in quanto giovani donne, per potersi prendere cura di chicchessia; ma questo modo di rimbrottare e correggere senza aver nessun diritto di farlo, questo paternalismo (ma anche maternalismo, perché molte dispensatrici di CNR sono donne e si sentono legittimate a correggere le giovani implumi che ancora non hanno accesso alla saggezza), non soltanto può essere fastidioso, nel migliore dei casi invadente, non soltanto scavalca confini che non dovrebbe scavalcare; ma suscita l’effetto collaterale di spingere chi riceve il consiglio a indispettirsi, a rinchiudersi su di sé, a sentirsi inadeguata, oppure a intestardirsi a non ascoltare più, per dimostrare di non aver bisogno di nessun consiglio. Al mio fidanzato, che pure porta a spasso il cane quanto me, non capita mai – gliel’ho chiesto – che qualche sconosciuto gli intimi di lasciarlo spalettare più a lungo nell’aiuola. Né gli è capitato che qualche medico o amico di famiglia gli abbia detto di sbrigarsi a mettere in cantiere un erede. Né che un professore gli abbia chiesto la dichiarazione dei redditi dei suoi genitori quando si è iscritto a una facoltà umanistica. Che fare, quindi? Non ne ho idea. Oltretutto non sono una con la risposta pronta, che risolverebbe tante cose; quando resto spiazzata la replica pungente mi viene in mente sempre solo quando è tardi. Forse l’unico modo per resistere al CNR è vederne il lato buffo, cercare di chiedere i consigli, quando ci servono, a chi ci conosce e ce li può dare; e naturalmente, farci un esame di coscienza, di tanto in tanto, da qui alla vecchiaia: non staremo rifilando CNR a piene mani pure noi?
L'autrice
Ilaria Gaspari ha studiato filosofia alla Scuola Normale di Pisa, poi si è addottorata a Parigi, all’università della Sorbonne. Nel 2015 è uscito il suo primo romanzo, "Etica dell’acquario" (Voland). Nel 2019 è uscito per Einaudi "Lezioni di felicità". Ora vive a Roma, continua a scrivere e tiene corsi e laboratori di scrittura alla Scuola Holden e alla Scuola Omero 
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L'invidia delle pene
di Alessandra Minervini

Newyorchese fino all'osso, nata nel 1862, Edith Warthon è stata la prima donna a vincere l'ambito premio Pulitzer nel 1921 con il romanzo "L'età dell'innocenza", più noto nella sua versione cinematografica. Una scrittrice ricca, capricciosa, volitiva e molto ambiziosa. Simpatica perfino per quell'adorabile antipaticone di Jonathan Franzen che la annovera tra le scrittrici preferite: «C'è più di un motivo per una profonda simpatia per Wharton. Nonostante tutti i suoi privilegi, nonostante la sua faticosa socializzazione, è rimasta un'isolata e una disadattata». Di Warthon si dice ancora che scrive come un maschio, un modo vile per dire "Scrive bene" (silenzio) e pone al centro della sua narrazione figure femminili associate alla libertà di scelta. Cresciuta e poi inserita nei salotti dell'aristocrazia e alta borghesia dedite all'accumulo di denaro, non riuscì mai a stabilire legami solidi. Soprattutto con le donne, zero amiche, zero colleghe, nessun legame autentico nemmeno con il marito che, fingendosi morto per buona parte del matrimonio, è resuscitato quando la moglie ha incassato successi e assegni per i suoi romanzi. E a quel punto lei l'ha mollato. Le protagoniste dei suoi libri sono come lei, pronte a godersela senza temere di puntare in alto. A Lily va tutto alla stragrande e si comporta, avremmo detto un tempo, proprio come un uomo: dai soldi alla posizione sociale, dal successo alla libertà. Lily si sfila dai ruoli prestabiliti con strafottente ironia e per questo è simpaticissima, è una di noi. Anche se per mezzo romanzo le avremmo volentieri sporcato di rossetto  quei suoi outfit perfettini da influencer pre-social. Saltella, sorride, compra vestiti sgargianti, viaggia, gioca a poker, vive. E succede che sia proprio un uomo a invidiare lei. «Quello che soprattutto colpì Selden - scrive Wharton - furono le mille sfumature indefinibili della personalità di lei che la facevano spiccare sulle altre persone più o meno della stessa levatura». 
Ma può davvero, un uomo, essere invidioso di una donna? 
Anche Mr Big era invidioso marcio di Carrie, mi ha detto un'amica, «ma a livelli che non si può dire e infatti non l'abbiamo mai detto abbastanza». Eravamo davanti a un caffè e stavamo parlando del suo compagno: lei cercava conferme per un progetto, lui nicchiava, girava intorno, come se quell'idea non solo non fosse importante, ma nemmeno alla sua portata. Come è possibile? 
«Succede perché è invidioso di te» le ho detto.
Silenzio. Perfino io che avevo pronunciato quella frase non ero sicura di averla capita fino in fondo. Eppure, gli uomini che invidiano le donne ci sono eccome: sono quelli che non riescono a coglierne la grandezza, la temono, si guardano allo specchio e cominciano a pensare che, ehi, un pene non fa la differenza e (sopresa!) tante volte è proprio così. Pensa che beffa, ho riso con la mia amica,  l'invidia del pene sostituita con l'invidia delle pene! Perché si metta l'anima in pace Freud, la maggior parte di noi ormai non ha tempo né voglia di invidiare gli uomini e i loro privilegi. Siamo impegnate a cambiare i modi di stare al mondo per noi stesse, per le nostre figlie e persino per le nostre madri. Ma se sull'invidia del pene si è sprecato un sacco di inchiostro, su quella delle pene (le nostre!) dobbiamo ancora metterci mano. Eppure io la sento addosso ogni volta che un uomo invece di dirmi "Brava" mi dice "E questo perché non lo hai fatto?" Oppure "Hai bisogno di aiuto"? No, non abbiamo bisogno di niente, vorremmo solo che si smetta di guardarci fisso in attesa di un nostro inciampo. E vorremmo che si smettesse anche di mostrarci come wonder woman multitasking, super eroine infallibili, donne con i super poteri. Quando un uomo ha successo, lo si racconta e basta. Quando invece è una donna ad avere successo c'è sempre intorno una retorica del sensazionalismo stomachevole, WOW giganteschi, a volte imbarazzanti. Facciamo il nostro, come le eroine warthoniane, pronte a godercela senza temere di puntare in alto. 

L'autrice
Alessandra Minervini, è nata a Bari dove ora vive. Si è laureata in Scienze della comunicazione a Siena, in seguito si è diplomata alla Scuola Holden e ha conferito il master in scrittura cinematografica alla Rai. Da anni è docente Holden per i corsi esterni e online, writing coach. Lavora come editor e insegnante di scrittura e i suoi racconti sono apparsi sulle principali riviste letterarie. Ha pubblicato il romanzo Overlove (LiberaAria, 2016) e Bari, una guida per Odos Edizioni 
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