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Buon non compleanno
di Corinna De Cesare
Nascere ad agosto è una maledizione. Un fine pena mai che negli anni '90 si traduceva in cartoline di auguri dal mare, festeggiamenti semideserti, telefonate distratte di "buon compleanno". E mentre tutti gli altri erano già con le pinne, fucili ed occhiali, io ero l'unica rimasta in città ad aspettare di poter appendere le decorazioni al muro. E certo, nella vita ci sono sfighe peggiori: puoi essere Antonella Elia e ritrovarti un promesso sposo che non vede l'ora di mandarti all'ospizio come Pietro Delle Piane, puoi impegnarti vent'anni per scrollarti di dosso l'etichetta del Grande Fratello diventando il portavoce del premier e poi rischiare di mandare tutto all'aria per un fidanzato cubano che fa trading online come se stesse bevendo rum a La Bodeguita del medio. Puoi persino giocarti un governo al Papeete Beach come se fosse una partita al Monopoli, eppure chi è nato in agosto lo sa: è un buon non compleanno. Fatto di defezioni, auguri al volo, regali mancati, criniere dolorosamente abbassate e rialzate solo al terzo giro di rosè della Valle d'Itria. Quest'anno poi, ci si è messa pure la quarantena, che vai a lamentarti del tuo non compleanno con chi lo ha festeggiato solo davanti al computer con Zoom e qualche vodka lemon. C'è però il fatto che dopo tanto tempo, il mio compleanno d'agosto sarà nella mia Puglia, con tanti parenti, poche defezioni (stiamo tutti qui), vecchi amici. E io che non ci sono abituata, ho iniziato a programmare le cose da un mese, senza riuscire a concludere niente. Ma niente di niente, se non un prezioso weekend in libertà sul Gargano con una mia cara amica. Per il resto, il solito caos, condito da ricerche forsennate su booking, cuori su Instagram su location pugliesi mozzafiato, telefonate in posti meravigliosi a cui è seguito un "Signora, il 4 agosto siamo chiusi, è il nostro giorno di riposo". L'apice della comicità è stato raggiunto quando ho chiamato per i festeggiamenti una masseria nel bel mezzo della campagna pugliese, in cui mi trovo ormai da tre settimane in modalità south working. Mi piaceva l'idea di stare all'aperto, in mezzo ai campi di grano. Dopo mezz'ora a parlare di pettoline, capocollo di Martina Franca, cardoncelli e strascinati al pomodoro per stare leggeri, dico: "Va bene, prenoto per una decina di persone". Dall'altra parte del telefono, una risposta degna del miglior film di Checco Zalone: "No, ma noi non apriamo per così poche persone". Mesi di lockdown, cassa integrazione, gridi d'allarme sul rischio chiusure e guadagni persi e poi c'è chi preferisce non lavorare pur di non lavorare troppo poco. E qui, dovrei aprire una lunga parentesi sui grandi mali del Sud. Dovrei parlare dei pos inesistenti in qualunque tipo di negozio, dell'obbligo di avere sempre in tasca il contante che avevo ormai dimenticato da tanti anni, della premura con cui ci ha accolto il primo giorno di vacanza il signore del bar in riva al mare a Monopoli quando alle 8,30 aspettavamo ancora che aprisse (con calma) e senza che noi proferissimo verbo, ci ha guardato dicendoci: "Tempo. Serve tempo". Ma finirei per fare la milanese imbruttita e visto che è (quasi) il mio compleanno, mi concedo una pausa. Dalle polemichette, dalle incazzature sui social, dagli impegni fissi. Ci si rivede a settembre quando la newsletter festeggia il suo primo (vero) anniversario e bisogna prepararsi per bene. Siamo in tanti, quasi cinque mila iscritti (grazie!), e sembra quasi strano di questi tempi che andiamo in giro con le mascherine sul gomito e i gel nella borsa, pensare di preparare una festa. Ma è proprio quello che voglio fare: il 26 settembre, che sia su zoom, teams, dal vivo al parco sempione, finalmente ci vedremo. Io prometto di avere il sorriso di questa foto, 4 anni, quando mi bastava una montagna di profitterol. Mi basta anche adesso, a dir la verità, anche se gli anni sono 37 fuori, 73 dentro, più o meno come i gradi percepiti in questi giorni in Puglia. Buon non compleanno a me e a tutti i leoni e le leonesse d'agosto. E buon non compleanno a thePeriod anche se per gli auguri veri aspetteremo settembre. Il mese dei ritorni, delle ripartenze, dei nuovi inizi, il mese in cui è nato theP.

p.s. la newsletter torna il 4 settembre, i canali social Instagram e Facebook continueranno ad essere aggiornati. Se tutto funziona come dovrebbe, da questo numero dovreste essere in grado di condividerne i contenuti cliccando qui. Se niente funziona come dovrebbe, "mi corriggerete" avvisandomi qui. Grazie per la pazienza  
L'autrice
Corinna De Cesare, 37 anni, è giornalista del Corriere della Sera. Ha seguito per il quotidiano di via Solferino la crisi greca e le elezioni europee. Scrive ora principalmente di donne, lavoro, pari opportunità. Fondatrice di thePeriod, nel 2021 uscirà il suo primo romanzo con Salani.
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La matita nella scollatura
di Anna Zinola
Era il 1995, intorno al tavolo della sala riunioni eravamo una decina. Persone diverse per genere, età, esperienza. Io prendevo meticolosamente appunti, come mi aveva raccomandato il mio capo. A un certo punto mi è caduta la matita. Il mio vicino l’ha raccolta e, restituendomela, mi ha detto con un mezzo sorriso: “te la metterei volentieri nella scollatura”. L’ho guardato e le parole mi sono uscite di bocca quasi senza che me ne accorgessi: “Certo, tu prova. E poi io te la ficco nel culo”. Mentre finivo di pronunciare quella frase ho pensato “Cazzo, chissà ora che succede”. Invece non è successo niente. Il sorriso sul viso del mio collega si è spento. Gli altri hanno finto di non sentire, la riunione è ripresa.
Sono passati 25 anni eppure sembra ieri perché i racconti d'ufficio che sento oggi da altre donne, non sono poi così diversi. Un’amica, medico ospedaliero,  mi dice che il primario la apostrofa con  “senti un po’, bella di casa”. Una mia ex studentessa – ora nel dipartimento marketing di una grande impresa – descrive riunioni composte al 90% da uomini: “Nel mio team sono l’unica ragazza. E non ti dico come mi trattano. Poi vai a vedere sul sito dell’azienda e tra i valori trovi: promuovere la parità di genere”. Un’ex collega mi racconta che, quando ha chiesto all’amministratore delegato di intervenire per contenere il comportamento maschilista del suo capo, lui le ha risposto: “Sfogati, sfogati pure con me se ti fa sentire meglio”. Lei ha provato a spiegargli che il suo non era uno sfogo ma la denuncia di un comportamento scorretto, ma niente, non c’è stato niente da fare. Le ho chiesto se l’ad avrebbe avuto la stessa reazione con un uomo. Mi ha guardato in tralice: “cioè secondo te avrebbe detto a un uomo: sfogati, sfogati pure? Maddai!!”
Mi domando per quale motivo, in tanti anni, sia cambiato così poco sui luoghi di lavoro nonostante le classifiche best place to work for women, bollini rosa e nomine di chief diversity inclusion. Il primo pensiero è che, come al solito, la colpa sia nostra: non siamo state capaci di gestire la situazione, non abbiamo fatto squadra, non abbiamo aiutato, promosso, sostenuto le altre donne. Non abbiamo affermato (rivendicato?) il nostro lavoro, le nostre capacità, le nostre competenze. Non abbiamo chiesto ciò che ritenevamo ci spettasse: un aumento di stipendio, un ruolo di maggiore responsabilità, un riconoscimento formale. Abbiamo aspettato, invano, che qualcuno si accorgesse di quanto eravamo brave mentre la nostra frustrazione (e la nostra rabbia) crescevano. Il secondo pensiero è che la colpa sia ancora nostra: abbiamo chiesto troppo a noi stesse, abbiamo preteso di essere tutto, professioniste, mogli (o compagne) presenti, madri amorevoli e rassicuranti. Ci siamo illuse di poter fare tutto e - in questa corsa verso il tutto - ci siamo dimenticate di noi: di ciò che siamo, di ciò in cui crediamo, del futuro che vogliamo costruire per le nostre figlie, per i nostri figli. Il terzo pensiero è che la colpa sia di nuovo nostra. Perché ancora adesso, ancora oggi non smettiamo di colpevolizzarci come sto facendo anche io, proprio ora, domandandomi come una cretina dove abbiamo sbagliato e perché. Invece di pensare che – 25 anni fa come oggi – se un uomo ci porge una matita e fa una battuta non gradita, dovremmo pretendere che lui venga punito affinché non si permetta mai più, né con noi né con un’altra collega. Perché – 25 anni fa come oggi – se un uomo ci dice “sfogati, sfogati pure con me se ti fa sentire meglio” dovremmo provare a spiegargli che no, non abbiamo bisogno di sfogarci ma abbiamo bisogno di un ambiente di lavoro equo, rispettoso delle donne, senza discriminazioni, in cui veniamo trattate come lavoratrici e non come destinatarie di matite nelle scollature. 
Perché il punto è proprio questo: smettiamola di pensare che la colpa sia nostra. E sì, se in 25 anni poco o nulla è cambiato, significa che ci vorranno secoli per raggiungere le tanto sbandierate pari opportunità. Forse le figlie delle nostre figlie non si sentiranno più chiamare in ufficio “bella di casa”, forse avranno, a parità di ruolo, lo stesso stipendio dei loro colleghi maschi. Ma smettiamola di pensare che la colpa sia nostra e continuiamo a batterci, ognuno nel proprio mondo e a suo modo, affinché "pari opportunità" non sia solo una definizione da tirare fuori in campagna elettorale o in qualche convegno con una platea tutta al femminile. Continuiamo a chiederci perché le istituzioni - che pure sanno muoversi  con una certa celerità quando vogliono - poco, o nulla, hanno fatto per favorire l’occupazione femminile, per incrementare la presenza delle donne nei luoghi decisionali. Chiediamoci perché il sistema accademico - che pure conta un numero significativo di studentesse - sia nei fatti governato dagli uomini, tanto che le rettrici sono, nel nostro paese, meno del 10%. Continuiamo a chiedercelo perché siamo invisibili e chiediamolo a chi – a partire dalla politica e dalle istituzioni - dovrebbe agire per fare in modo che tra 25 anni non ci sia nessuna donna costretta a rispondere in malo modo a un cretino che vuole metterci la matita nella scollatura.
L'autrice
Anna Zinola è nata a Savona nel 1969 e vive a Milano. Dal 2004 insegna Psicologia del marketing all'Università di Pavia e dal 2007 scrive per il Corriere della Sera occupandosi principalmente di consumi e lavoro. Ha scritto numerosi libri dedicati ai temi del consumo
Jonathan Brady
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L'orgoglio e la pancia
di Alessandra Minervini

Sono cresciuta con un'educazione per cui, per una femmina, la pancia è il male. È una vergogna, una debolezza. Me lo ricordo quando, a 16/17 anni, con le amiche non indossavo un vestito o un jeans "perchè si vede la pancia". Dovevo occuparmene seriamente, proteggerla da sguardi feroci e indiscreti; nasconderla a chi non mi avrebbe poi più apprezzata. Sono stata a lungo una negazionista, una di quelle che non solo tagliano tutte ma proprio tutte le foto all'altezza del seno (eccomi!) ma sono capaci di coprire la pancia in fotografia con qualsiasi mezzuccio: bambini, fidanzati, libri, sedie, ombrelli, cappelli, unicorni e basta così, che è meglio.
Per anni abbiamo negato l'evidenza. La pancia? Io? Ma sei pazza? Non ce l'ho! rispondiamo mentre tiriamo su con il fiato pancia pancetta, respiro e orgoglio. Anche se no, io questo no, non lo faccio più. Per me "tutta la verità niente altro che la verità" vale a maggior ragione quando si tratta del corpo. Non sono Rossella O'hara che si faceva stringere la vita per sembrare più magra ma non sono nemmeno Celeste Barber (se non la conoscete, seguitela SUBITO). L'attrice australiana è una celebrità dell'Instagram: intelligente ironica e caustica, scherza sulla sua pancia prendendola fin troppo sul serio e paragonandola nei modi più inimmaginabili a quella piatta delle modelle piatte. E io, che vorrei fare proprio come lei, prima dell'estate ho immaginato con delle amiche la rivoluzione della pancia: ce le siamo fotografate, le nostre pance, mandandocele nei momenti più impensabili della giornata, per riderne insieme nella disperazione di riconoscere un surplus di noi, che da ragazzine non avevamo affatto previsto. E come una vecchia maciara legge i fondi del caffè, ci siamo messe a leggere le nostre pance. Cosa c'è nella tua pancia? ho chiesto alle altre donne. è venuto fuori di tutto: "il veleno", "mio marito", "la pizza", "il gin tonic", "lo stress", "il mio orgoglio", "l'ultimo amore", "la solitudine", "le lacrime non versate", "la stanchezza", "il mio prossimo romanzo".
Non esiste una donna senza pancia. La pancia è la Terra della donna, mi ha detto un'amica molti anni fa quando mi lamentavo, come al solito, della mia pancia. E io che sono stata per anni una rappresentante fiera del negazionismo, ho cominciato a seguire #belledifaccia, #fatacceptance #fatliberation sentendomi finalmente libera, accolta, in una narrazione diversa del corpo delle donne. Ho smesso di vivere la mia pancia come una dannazione, come la giusta punizione del mio essere donna selvaggia, non ammansita dai digiuni e dagli allenamenti addominali. Scoprendo poi, solo di recente e quando ormai mi interessava anche poco, che mentre io mi dannavo per la mia pancia, agli uomini piacevo (anche) per quello. Persino al mio ex, incontrato in spiaggia per caso con la sua nuova fiamma con meno anni e molta più pancia di me. La pancia non è il male e non è necessario proteggerla dagli sguardi feroci e indiscreti, non è necessario tagliare le foto, è il segno che abbiamo vissuto, amato, pianto, riso. Perché se l'amore si trasforma, figuriamoci la pancia.

L'autrice
Alessandra Minervini, (1978), è nata a Bari dove ora vive. Si è laureata in Scienze della comunicazione a Siena, in seguito si è diplomata alla Scuola Holden e ha conferito il master in scrittura cinematografica alla Rai. Da anni è docente Holden per i corsi esterni e online, writing coach. Lavora come editor e insegnante di scrittura e suoi racconti sono apparsi sulle principali riviste letterarie. Ha pubblicato il romanzo Overlove (LiberAria, 2016) e "Bari, una guida" per Odos Edizioni
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