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Fai rumore
di Corinna De Cesare
Qualche giorno fa mi sono messa sul divano con mia figlia a guardare "Tesoro, mi si sono ristretti i ragazzi". Un film dell'89 e nonostante una vocina dentro di me parlava, anzi, possiamo dirlo, urlava diffidenza (vista l'età della pellicola), ho acconsentito. Margherita rideva: vedere sullo schermo dei bambini rimpiccioliti, la faceva divertire. Mio marito, di fronte al mio sguardo perplesso, iniziava a lagnarsi delle solite cose: "sei esagerata, guarda che in fin dei conti noi non siamo cresciuti così male; io sono sopravvissuto e tu pure". Perché, direte voi, ero diffidente? Perché di solito i vecchi film per famiglie sono infarciti di stereotipi e sessualizzazione spinta delle ragazze. E infatti, eccoci qui: prima scena papà scienziato pazzo; figlio che fa esperimenti da scienziato pazzo; figlia che cucina e fa le pulizie interpretando un balletto sexy in mancanza della mamma. Il peggio è arrivato dopo, nel momento in cui i ragazzi diventano piccoli piccoli ed Amy fa qualcosa che salva il gruppetto da una formica gigante (vado a memoria): "In gamba tua sorella, per essere una femmina". Avevo ragione su tutta la linea eppure per non essere l'unica voce fuori dal coro, ho acconsentito. Sono stata zitta, esattamente quello che non ho mai voluto fare nella vita. E non parlo solo della mia vita adulta. Quante volte avete sentito dire a una bambina "Stai composta?" (mai sentito rivolto a un bambino maschio?). Ecco, io composta da piccola non ci stavo mai. Correvo, mi sbucciavo le gambe, una volta mi si è infilato un angolo arrugginito di un gradino (di un palco) nel ginocchio. Una maestra delle scuole elementari si lamentò con i miei perché non volevo mai stare seduta (30 anni dopo, maestra, sto seduta alla scrivania tutti i giorni - è il karma vero?). Il mio prof del liceo, giorni fa, mi ha scritto dopo anni dopo aver letto "Ciao per sempre": "Un giorno - mi ha ricordato nella mail - c'era un prelato ospite della scuola e tu denunciasti davanti a tutti l'ipocrisia e la discriminazione del mondo cattolico nei confronti degli omosessuali. Ti guardai con orgoglio". Ero io e sono ancora io: quella che fa rumore, quella scomoda, che alza la voce, la disubbidiente, quella che rompe le palle pure sui film, la scomposta. "La donna che dissente nelle società sessiste ha per definizione qualcosa di scomposto. Quando ti hanno cresciuta facendoti credere che essere femminile volesse dire essere gentile, carina, sorridere anche se non ti va, non negare attenzione né plauso, accondiscendere sempre e mostrarsi obbediente e diligente, vederti smettere di farlo è percepito come un atto disordinato, un tradimento della posizione assegnata al tuo genere. Se ti esprimi in forte opposizione, non sei una persona equilibrata ma un'isterica, un'emotiva, un'irrazionale che non sa dominare le proprie passioni, né gli ormoni del ciclo. Oppure, variante sempreverde, non assumi da tempo quella panacea per ogni malumore femmineo che, secondo il sessista medio, dovrebbe essere il pene". L'ho letto in "Stai zitta" dove ho riconosciuto e ripercorso tutte le tappe della mia vita: dal "silenzio è una virtù (solo per le donne)" a "le peggiori siete voi", dal "ti manca il cazzo" al "così spaventi gli uomini", dal "non ti sta mai bene niente" al "così resterai sola". Ed è stato bellissimo capire che invece, facendo rumore, mi sono liberata: di cose inutili che non voglio fare, di persone che non voglio frequentare, di gente che continua a guardarmi come una minaccia per lo status quo. Mi sono liberata di lacci e lacciuoli e quando ho incontrato sulla mia strada una donna che ha fatto la mia stessa scelta, ci siamo riconosciute. Ma, devo essere onesta, sono sempre di più le donne incontrate che vedo ingabbiate, silenziate, nascoste, spaventate. Quelle che non riconoscono il loro valore, che minimizzano, sopportano, si rimpiccioliscono come nel film e prima o poi sbottano. Le vedo al lavoro, cani da guardia del patriarcato che proteggono il potere degli uomini per incassare qualche briciola (forse, un giorno, quando gli uomini andranno in pensione a 120 anni). Le vedo negli uffici, modello Charlie's Angels, ma anche nella vita di tutti i giorni, impegnatissime e quasi ossessionate dal benessere del partner (senza mai pensare al proprio). Ovviamente ognuna di noi ha il diritto di scegliere per sé il ruolo che preferisce, ma abbiamo il dovere di chiederci sempre se quel ruolo ci rende felici. Lo facciamo davvero per questo? O perché è il ruolo che la società ci ha cucito addosso? Restiamo dove siamo perché siamo terrorizzate dall'idea di un big bang, di un cambiamento degli equilibri (anche nelle relazioni)? "Ho imparato che risentimento e rabbia sono reazioni impersonali. Sono la malattia delle donne del nostro tempo. Li avverto sul viso delle donne, nelle loro voci ogni giorno...il risentimento contro l'ingiustizia, un veleno impersonale. Quelle sfortunate che non sanno che è impersonale lo rivolgono contro i loro uomini. Le fortunate, come me, lo combattono. è una lotta stancante" scrive Doris Lessing ne "Il taccuino d'oro". Mettiamoci in discussione, facciamoci domande e iniziamo questo cazzo di autunno facendo rumore.
L'autrice
Corinna De Cesare, 38 anni, è giornalista del Corriere della Sera. Founder di thePeriod,
il 22 aprile è uscito il suo romanzo d'esordio: "Ciao per sempre", Salani editore

 
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Un "nonsoché"
di Alessandra Minervini
Non smettiamo di desiderare e di cercare i nostri "nonsoché". Un nonsoché di storie, di baci, di libri, di gioie, di sbagli, di risate, di vino rosato con le amiche, di smorfie, di salviette struccanti, di silenzi, di musi lunghi, di tacchi, di spalle larghe, di pose, di idee, di sogni, di scarpinate e di stupore a piedi e cuori scalzi. Non smettiamo di cercare ciò che non conosciamo di noi stesse. Facciamolo come terapia, insieme di gruppo e solitaria; come svolta quotidiana; come strumento di lettura e di scrittura, ché se sappiamo sempre tutto a che serve leggere e scrivere? È stata Dolores Prato a imbeccarmi "unnonsoché". Una scrittrice scoperta in quei momenti della giornata, periodi della vita, che non sai cosa vuoi e quindi non sai chi sei. Non è un capriccio, è una maledizione a cui non sapevo dare un nome, una sensazione che gli altri inscatolano sempre in frasi fatte: "sei insoddisfatta, non ti va mai bene niente, che ti manca"? «Cercavo una cosa senza mai trovarla; non seppi mai che cosa cercassi» scrive Dolores Prato in quel suo capolavoro che è "Giù la piazza non c'è nessuno", esordio dalla storia anomala, pieno di "unnonsoché" che me l'hanno fatta amare subito. Perché i nostri "unnonsoché" si assomigliano tutti, in questa veglia costante di una parte di noi inesplosa ma scalpitante, inquieta, il desiderio di capire di essere al mondo per un motivo ben preciso. La produzione letteraria di Dolores Prato non è nota in Italia mentre in Francia è adorata. Per alcuni è stata la scrittrice della solitudine, per altri invece quella "innamorata delle parole", per me è la donna che racconta i nostri "nonsoché". Nata a Roma nel 1892 e figlia "illegale" di Maria Prato e di un avvocato ignoto, è stata affidata da piccola a due zii marchigiani, tra loro fratello e sorella, di cui lo zio prete, e ha proseguito la sua educazione nel collegio di Santa Chiara, per poi studiare e insegnare prima a Roma, poi di nuovo nelle Marche e poi definitivamente a Roma, salvo un breve trascorso milanese. Della sua infanzia a Treia, piccolo mondo antico di cui da bambina solitaria si innamorò, racconta in "Giù la piazza non c'è nessuno", tra i più tardivi esordi della nostra storia letteraria. Prato aveva 88 anni quando il romanzo uscì per Einaudi, e non ne è stata nemmeno contenta. Fu pubblicata la versione stringata del tomone che lei aveva scritto, per decenni, con la pazienza di una miniaturista e lo sguardo di una Demetra al contrario: invece della figlia, ha passato tutta la giovinezza a cercare la madre. Allora madre diventa la collina marchigiana, la zia acquisita che le fa scoprire l'ingenuità di un gioco, la prima storia che ascolta, quella che poi impara a leggere da sola e la prima poesia che scrive. Nella sua autobiografia, tornata in auge con l'edizione Quodlibet, Dolores Prato è madre di se stessa, capace di ridarsi vita da sé. A quante di noi è successo? «Se lagnavo tanto, io che lagnosa non ero, è segno che un altro unnonsoché m'era necessario, che avevo bisogno di quella vitamina, che per la sua carenza il mio sviluppo trovava qualche ostacolo...Il non essere stata adorata mi salvò dalla melensaggine. L'abbandono mi abituò a sbrigarmela da sola; la sbalorditiva inventiva che mi fa trovare la soluzione di ogni piccolo problema pratico, purché non sia economico, ha lì la sua radice. Conseguenza diretta il non domandare mai perché? Io non chiedevo neppure quando pareva che avessi la febbre e avrai voluto saperlo». Per Dolores anche la gioia è un languore. La vita privata è un limbo da proteggere per non sentirlo "privato", sottratto da e per qualcun altro. Scrivendo, è diventata la spia di se stessa. Incapace di richiedere attenzioni, vivendole anzi con un senso di colpa. «Se invece di mostrarmi cianfrusaglie, la zia mi avesse abbracciata, stretta forte tra le sue braccia, accarezzata e baciata, chissà, forse avrebbe indovinato, forse non avrei smaniato più per avere unnonsoché». La piccola Dolores non domanda, si fa i fatti suoi eppure pensa, riflette, rielabora, si trasforma come facciamo noi. Rinasce dalla cenere e abbozza scrivendo il suo ritratto da adulta. Nel suo romanzo così come in altri scritti meno strutturati, come "Sogni" e "Le ore", si intravede la variazione di un'infanzia spatriata, che le rimarrà addosso per sempre. Una visione onirica della vita, una sua profonda eredità femminile, " spezzata come il pettine". "Giù la piazza non c'è nessuno" è una saga famigliare di una senza famiglia, il racconto senza veli di una Lolita italiana privata della consapevolezza di avere un corpo, insaziabile ricercatrice di "unnonsoché" che aiutano a vivere meglio, come radici di noi stesse. E chi lo sa fin dove possono arrivare queste radici quando si allungano e ricoprono la terra. Non smettiamo di desiderare e di cercare i nostri "nonsoché". 
L'autrice
Alessandra Minervini, (1978), è nata a Bari dove ora vive. Si è laureata in Scienze della comunicazione a Siena, in seguito si è diplomata alla Scuola Holden e ha conferito il master in scrittura cinematografica alla Rai. Da anni è docente Holden per i corsi esterni e online, writing coach. Lavora come editor e insegnante di scrittura e i suoi racconti sono apparsi sulle principali riviste letterarie. Ha pubblicato il romanzo Overlove (LiberaAria, 2016) e Bari, una guida per Odos Edizioni 
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"Di che diavolo scrivere? Di che cazzo ti pare (a patto che tu dica la verità)". Santo Stephen King ci guiderà nel nostro primo corso di scrittura targato theP. Ogni giovedì dalle 19 alle 21 parleremo del viaggio dell'eroe e del falso mito dell'ispirazione. Che tu voglia o meno scrivere un libro, se sei appassionat3 di scrittura, questo corso fa per te. I posti sono limitati, iscriviti subito (e se fai parte del club ti costa il 20% in meno)   
Vindica te tibi
di Ilaria Gaspari

Lo devo precisare subito: predico bene, ma razzolo malissimo. Per esempio, sto scrivendo queste parole sulle note del telefono, perché sono su un treno regionale e se tirassi fuori il computer non saprei poi dove appoggiarlo, se non su una malferma pila di borse e borsine di festival, giacche e mascherine, che mi costringerebbe però a spiare ansiosamente la resistenza dell'impalcatura nel timore di un crollo. Dunque, dicevo, scrivo nelle note del cellulare, su un treno che attraversa la pianura, correndo da un festival a una presentazione, sempre che non perda la coincidenza a Verona. Qualche giorno fa, per stanchezza, credo, ho sbagliato treno e sono finita dispersa nel cuore del Piemonte: ero convinta di arrivare a Torino e invece a Genova avevo preso un treno per Asti, e me ne sono resa conto troppo tardi, quando il treno ha fatto dietrofront per tornare verso la Liguria. Insomma mi sono ritrovata, confusa, nel tramonto di Arquata Scrivia, anziché a Biella, dov'ero diretta. Per fortuna poi la disavventura è finita bene, grazie alla generosità dell'organizzazione del festival e al buon cuore di un autista che, di ritorno verso Biella da non so quale altra città, ha fatto una deviazione per venire a recuperarmi. Era convinto di trovarsi di fronte una vecchietta svampita, dando per scontato che solo l'età avanzata potesse giustificare l’incidente. Abbiamo riso dell'equivoco e a tarda sera, a Biella, oltre a vergognarmi molto della mia sbadataggine, mi sono messa a pensare a quel che avevo vissuto, a riguardarlo in una luce un po' diversa. Faccio il lavoro che sognavo da bambina: una fortuna inestimabile. Certo, però, quando ero bambina e mi immaginavo di fare da grande la scrittrice, nella mia testa mi vedevo come una creatura ibrida, fra i sogni scapigliati di Jo March (quelli che sogna prima che il professor Bhaer l'addomestichi, per intenderci), la routine rassicurante e soleggiata, ma venata di humour nero, di Jessica Fletcher, e qualche occasionale scorcio bohémien, di parole oblique in caffè parigini. Nelle fantasticherie non era inclusa, perché non immaginavo esistesse, la parte frenetica del mestiere: i treni presi per un soffio e quelli persi, le valigie che non si chiudono, su cui salti con tutto il tuo peso in camere d'alberghi con letto matrimoniale uso singolo, le corse per consegnare lavori scritti di volata, fra una corriera e un regionale, le telefonate incomprensibili perché ci sono le gallerie, e poi quando arrivo ho la presentazione, facciamo prima con un messaggio vocale. I risvegli nella notte in cui non sai dove sei, le troppe parole che riempiono silenzi, camuffano timidezze, tentano di colmare le distanze. E quei cinque minuti di tempo morto, che impari a chiamare proprio così, morto, tu che non ti saresti sognata di farlo mai; e decidi di approfittarne per portarti avanti con qualcosa, fosse anche solo rispondere a una mail, ascoltare qualche messaggio vocale, perché altrimenti, lo sai bene, mentre sei distratta a guardare fuori dal finestrino, a fare un sonnellino, a leggere un libro per il puro piacere di leggerlo e non perché devi intervistare l’autore, le mail e i messaggi si accumulano, come edera che soffoca una quercia, e districarli, districarcisi, poi, sarà impossibile, una faticaccia: altro che edera, sarà un supplizio da semidèi antichi, la sfacchinata di Eracle per far fuori l’Idra di Lerna: a ogni testa mozzata – a ogni voce spuntata dalle interminabili to-do list che tutti quelli che sanno gestire bene il tempo ti consigliano di tenere, come fosse un talismano per uscire dall’incubo delle incombenze che non smettono di accumularsi – ne rispunta un’altra. La lista si rigenera continuamente, è impossibile, almeno per me, vederla risplendere di sole cancellature, sgombra, libera, leggera. Io di to-do list ne ho un’infinità, alcune nei quaderni, altre sul desktop, altre ancora, naturalmente, nelle note del cellulare; molte hanno nomi evocativi, con una venatura di ottimismo quasi tragico: da fare entro oggi, da finire assolutamente in settimana, cose veloci che fai prima a fare che a scrivere, e via dicendo. Solo che l’oggi, o la settimana, a cui si riferiscono quei titoli, a quando risalgono? Spesso bisogna tornare indietro di mesi, di – ho vergogna a dirlo – anni. Questa è la parte del lavoro dei sogni che non avevo immaginato da bambina; penso che sia una componente di qualsiasi lavoro, che faccia parte anche proprio del modo in cui nel nostro mondo si intende il lavoro, con i suoi nodi e le contraddizioni, con i problemi che nascono dal dilatarsi degli orari, dallo sconfinare del tempo dell’ozio in quello del negozio, e viceversa. Ce ne facciamo tutti una ragione, crescendo: nessun mestiere, nessuna maniera di gestire il tempo, potrà mai corrispondere a un ideale che, proprio perché ideale, non soffre l’attrito della stanchezza, degli intoppi, degli imprevisti. E questo vale anche ora, in questo settembre risplendente di sere dorate e mattine fresche, di energie ristorate dall’estate, di cartolerie, penne e quaderni nuovi, di agendine e promesse e buoni propositi. Non sarà perfetto neanche quest’anno, il nostro equilibrio con il tempo, sarà un altro anno di funambolismi e corse. Ma c’è una cosa che, anche se magari fra due mesi me la sarò già scordata soccombendo all’idra delle incombenze inadempiute, vorrei imprimermi per bene nel pensiero, come un motto, un monito e una consolazione. È una frase di Seneca: vindica te tibi. È una frase della prima lettera a Lucilio, così limpida e saggia da riuscire a essere rassicurante anche se dice la verità senza indorare la pillola. Vuol dire, al giovane Lucilio e a tutti noi, che per quanto il mondo, le aspettative altrui, la fame di prestigio e di riconoscimenti, gli impegni e le fatiche, ci risucchino il tempo – un tempo che nessuno ci ridarà indietro, se non siamo noi a proteggerlo – dovremmo tentare di riscattare noi stessi dagli obblighi alla maniera in cui si riscatta uno schiavo rendendolo libero. Il verbo è proprio quello, è un verbo forte e Seneca non l’ha certo scelto per caso: vindicare indica l’affermazione giuridica di un diritto; in libertatem vindicare significa rendere la libertà a chi non ne gode – a uno schiavo, dunque, nel mondo antico; ma anche a tutti noi ricattati dai nostri ladri di tempo, dalle idre che spesso traggono proprio da noi, dal nostro zelo eccessivo, dall’insicurezza, dall’ansia, la loro linfa vitale. Stasera camminavo per una strada di Napoli, tutta indaffarata, mi sentivo in ritardo; seduti sul davanzale di una finestra, al primo piano di un palazzo antico, un ragazzo e una ragazza fumavano guardando la gente che passava, e in mezzo a quella gente c’era pure la mia fretta insensata e inconcludente. In quest’anno che comincia ora, devo imparare a essere un po’ come quei due, appollaiati sopra il davanzale, a chiacchierare pigramente nella sera, come se il tempo fosse tutto loro: come infatti è, per chi se lo sa prendere.

L'autrice
Ilaria Gaspari ha studiato filosofia alla Scuola Normale di Pisa, poi si è addottorata a Parigi, all’università della Sorbonne. Nel 2015 è uscito il suo primo romanzo, "Etica dell’acquario" (Voland). Nel 2019 è uscito per Einaudi "Lezioni di felicità". Il suo ultimo libro è "Vita segreta delle emozioni". Ora vive a Roma, continua a scrivere e tiene corsi e laboratori di scrittura alla Scuola Holden e alla Scuola Omero.
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Parte il nostro primo bookclub. Il libro scelto è "L'evento" di Annie Ernaux da cui è stato tratto il film "L'évenément" che ha vinto la Palma d'oro a Venezia. Clicca qui per iscriverti e partecipare gratuitamente. Parleremo della letteratura di Annie Ernaux insieme a Minervini, discuteremo di aborto con Lalli e poi leggeremo insieme a De Cesare le prime pagine del romanzo.
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