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Amarsi un po'
di Corinna De Cesare
D'estate, quando le serate si facevano afose, la mia famiglia trascorreva sempre il dopo cena sul balcone di casa alla ricerca di un po' di frescura. Noi bambini, in verità, giocavamo giù per strada e i nostri genitori sorvegliavano dall'alto tra un bicchiere di vino e una cantata. A imbracciare la chitarra, ci pensava sempre mio zio e mentre noi comparivamo ogni tanto tra un nascondino e un "un due tre stella", loro andavano avanti per ore con «Devi crederci ci sarà» e «Le bionde trecce e gli occhi azzurri e poi». Poteva succedere di tutto: potevamo spezzarci l'osso del collo, potevamo urlare e litigare tra noi, potevamo scomparire per ore intere senza che a nessuno venisse in mente di chiamare Chi l'ha visto, ma il momento Battisti era una garanzia di ogni serata. Che non finiva mai perché quando dal balcone zio attaccava con Lucio (anche Dalla, a dir la verità), si facevano pure le 2 di notte (sì, il vicinato in terronia è un concetto astratto).
Dev'essere stato allora che «Amarsi un po'» mi si è infilata nel cervello senza andarsene mai del tutto, diventando un po' la colonna sonora della mia vita. Sta lì, come fosse una cara amica, qualcuno a cui vuoi bene e che, anche se non senti da tanto tempo, sa essere sempre presente e ricompare anche quando meno te l'aspetti, nei momenti più opportuni. E così, quando mi sento insicura, quando sono l'unica donna nella stanza, quando mi trovo in un ambiente in cui non mi sento particolarmente a mio agio, io penso ad «Amarsi un po'». Rivolta non a un LUI o una LEI ma a me stessa. Perché in quelle sere estive, quando correvo con i pattini sulla strada o giocavo a nascondino, quando mi sbucciavo le ginocchia come se non ci fosse un domani, ecco allora io non potevo ancora immaginare che la cosa più difficile della vita, l'obiettivo più ambizioso da raggiungere, la montagna da scalare era tutta racchiusa in quella canzone. Non sarebbero state le lauree e l'università, gli studi e il lavoro di prestigio o il trovare conforto nelle braccia di una persona amata, i traguardi più difficili da raggiungere. Ma l'essere indulgenti con se stessi, accettarsi, senza nascondersi, come cantava Lucio, manifestandosi. E l'ho scoperto solo con il tempo (e diventando un po' matura, direbbe invece Mia) che quella canzone era un presagio, un'illuminazione: amarsi un po'/ è un po' fiorire/ aiuta sai/ a non morire. Spesso invece, io facevo l'esatto opposto: mi nascondevo, smussavo i difetti, cercavo consenso. Mi succedeva così che diventavo ipercritica, attenuavo l'esuberanza come se fosse una colpa, in ambienti di un certo prestigio. All'inizio nascondevo persino i tratti che potevano sembrare troppo femminili: troppo bionda, troppo allegra, troppo sorridente per essere allo stesso tempo preparata, colta, intelligente. Non mi sentivo mai all'altezza e proprio come Pietro, il protagonista di
«Confidenza» (Domenico Starnone, Einaudi, 2019) sentivo «il peso delle  capacità insufficienti, del malessere della degradazione dei ruoli».
Ho capito solo dopo che, al netto di Pietro, si trattava di una cosa tipicamente femminile. Ed è stato un colpo, un trauma, uno choc, ritrovare quell'insicurezza in moltissime donne che ho conosciuto e che non ne erano affatto consapevoli. Marta Dassù l'ha spiegato perfettamente nel suo
«Mondo privato e altre storie» (Bollati Boringhieri, 2009): «Avevo la sindrome di essere sbugiardata, di non essere mai preparata abbastanza e che in qualsiasi momento potessi girare l'angolo e trovare un uomo pronto a puntarmi il dito, pronto a dirmi 'guarda che quello che hai detto non è giusto, perché la cosa corretta l'ho detta io. In realtà non ti meriti il posto in cui sei, non ti meriti quello che hai ottenuto nella tua vita perché non hai studiato a sufficienza'». 
Poi, un giorno, non so dire quando, è ricomparsa questa canzone, il ricordo di quel testo meraviglioso che tutti riservano alle coppie, agli amanti e che io invece voglio tenere sfacciatamente per me stessa. Perché prima di amare gli altri, voglio amarmi, voglio sentire la stessa libertà di quegli anni, quelli delle ginocchia sbucciate e delle canzoni sul balcone. Voglio sentirmi fiera e voglio essere bionda e intellettuale, viaggiatrice e lettrice, amante della musica, del cinema e dei momenti danzerecci, voglio essere madre senza smettere di sentirmi anche donna e ragazza, bambina che sulla bici, oggi, mentre voialtri festeggerete San Valentino, andrà in giro a canticchiare a se stessa  «Amarsi un po'».
P.s. Se invece voi amate thePeriod, non fate i timidi e raccontatecelo con video o citazioni nelle vostre Instagram stories taggandoci e utilizzando l'hashtag #amotheperiod 
L'autrice
Corinna De Cesare, 37 anni, è giornalista del Corriere della Sera. Ha seguito per il quotidiano di via Solferino la crisi greca e le elezioni europee. Scrive ora principalmente di donne, lavoro, pari opportunità. Fondatrice di thePeriod, sta ultimando il suo primo romanzo 
Foto di Corinna De Cesare
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Educazione sentimentale 2020
di Alessandra Minervini
 
L'educazione sentimentale di noi lettrici viscerali passa attraverso le storie d'amore letterarie più belle. E anche se finiscono male, ci immedesimiamo: siamo Emma, siamo Anna, siamo Modesta, siamo Lizzie e Cathy. Siamo innamorate sulla carta, amiamo le loro storie e i loro amori, anche quelli maledetti. Sappiamo sempre di chi si innamorano i personaggi letterari. Invece, di chi si innamorano le donne che li hanno inventati non lo sappiamo (quasi mai). Innamorate? Be', innamorate è un eufemismo. Illudersi che donne molto intelligenti facciano scelte altrettanto intelligenti quando si tratta di relazioni, ecco è un'idea sbagliata. Una specie di mistificazione. Spoiler: a me non è andata meglio.
A vent'anni, se mi chiedevano:
«Sei femminista?», io rispondevo stupidamente: «Sono maschilista». Ma ero ingenua, anche un po' scema. Sottintendevo al maschilismo un significato emotivo, non letterale. Non mi sentivo certo una crocerossina, piuttosto una buona affiancatrice, che è una cosa ben diversa. Ero ammalata di un maschilismo inconsapevole e ovattato. Lo stesso da cui era affetta Mary Shelley. La scrittrice inglese ha inventato «Frankenstein» per un gioco letterario con l'adorato John Keats. Lui, il poeta maledetto, per la situazione letteraria, era l'unico deputato a «vincere» con l'idea migliore. Invece la vittoria andò a «Frankenstein» che non sarebbe nato se lei non avesse vissuto qualche pagina indietro rispetto al marito: «Fu in una triste notte di novembre che vidi il mio uomo completato». L'idea di un uomo, la sua autrice mai l'ha definito mostro, che viene creato a tavolino da uno scienziato, è nata dunque da un gioco di tre anime irrequiete: Shelley, il marito Keats e l'amichetto Lord Byron. Perché ve ne parlo? Perché il teamShelley esiste, vive e lotta insieme a noi ed è un team di donne innamorate, scrittrici e non, che con il «siamo maschiliste» ammirano e sostengono (senza se e senza ma) i propri compagni. Prestandogli il fianco, rendendoli fieri di sé, senza osare immaginare che un giorno non solo raggiungeranno gli stessi risultati dei propri uomini, ma faranno perfino di meglio con o senza il loro sostegno. Proprio come successe a Mary con «Frankenstein» o a me, con innumerevoli uomini meno interessanti di Keats.
Quando sono diventata più adulta, e sono aumentate le esperienze e di conseguenza le letture, insomma quando sono passata da
«Frankenstein» a «Memorie di una ragazza perbene», mi si è ingrandito tutto. In primis, il punto di vista. Ho capito che anche Simone de Beauvoir, davanti alle bizze di Jean Paul Sartre, «sputava il veleno»tanto per citare un caro amico scrittore che, quando gli raccontai della rovinosa fine di una mia storia (confessandogli che la perdita del mio orgoglio mi faceva impazzire più della di lui assenza), questi placido come solo un brav'uomo sa essere, mi consolò dicendomi: «Bella: e di che ti meravigli? Pure Simone De Beauvoir sputava il veleno appresso a Sartre». Proprio lei che in «Una donna spezzata» scrisse: «È così stancante detestare uno che si ama». Ma veramente Simone, chi ce lo fa fare?
Non va meglio a quelle che, alla stregua delle attuali poliamorose, si invaghiscono di uomini apertamente infedeli proprio come fece Anaïs Nin e il suo, si fa per dire, Henry Miller o Gabrielle Sidonie Colette e il maniacale marito Willy. Il teampoliamorose si nutre dall'inconsapevole idealizzazione dell'unicità:
«ci sono altre donne, ma la sua femmina sono io». Come se un uomo o una donna possano essere una giostra su cui scendere e salire a piacimento. Una giostra che si incrocia con quella che io chiamo la ruota delle sadiche: a metà tra la ruota della fortuna e quella del criceto. La scrittrice siciliana Goliarda Sapienza ebbe una relazione more uxorio con Citto Maselli per quasi vent'anni, mentre lui restava legalmente unito alla moglie.
Perché noi donne, diciamolo, quando amiamo siamo disposte ad accettare tutto. Prendi Sylvia Plath: il marito, il poeta inglese Ted Hughes, non le concedeva nemmeno la sua ombra sulla quale l'innamoratissima poetessa si sarebbe volentieri genuflessa. Sylvia amava Ted in modo assillante per se stessa. Più che accanto, gli stava dieci passi dietro. E così, mentre si immaginava poetessa famosa, le occasioni editoriali le sfuggivano a favore di Hughes che con lei invece raggiunse le prime glorie letterarie. Solo quando lui se ne andrà con un'altra (la migliore amica della moglie), Sylvia troverà l'energia per dedicarsi alle sue parole:
«Scrivere per scrivere: fare le cose per il piacere di farle. Un dono degli dei». Ma perché non farlo prima cara Sylvia? Se non è sadismo quest'amore, allora cos'è? «Le coppie di letterati sono una peste», scriveva Elsa Morante a proposito della sua relazione con Alberto Moravia. Oggigiorno non va meglio a noialtre che non siamo Elsa e neanche Mary o Sidonie. Per questo, se dovessi fare il test a quale scrittrice innamorata appartieni?, probabilmente risulterei affine a tutte. Ho amato, come loro, fino alla disperazione, urlando, piangendo ma dalle vite di queste scrittrici, romanzate o meno, e dalla vita mia ho capito che la differenza in queste nostre stupide storie d'amore la fa lo sguardo. Il nostro e di nessun altra. Fare le cose per il piacere di farle, aveva ragione Sylvia, resta l'unico vero dono degli dei. Il resto, arriverà.
L'autrice
Alessandra Minervini(1978) è nata a Bari, dove ora vive. Si è laureata in Scienze della comunicazione a Siena, in seguito si è diplomata alla Scuola Holden (2003-2005) e ha conferito il master in scrittura cinematografica alla Rai (2006). Da anni è docente Holden per i corsi esterni e online, writing coach. Lavora come editor e insegnante di scrittura e suoi racconti sono apparsi sulle principali riviste letterarie. Ha pubblicato il romanzo Overlove (LiberAria, 2016). In primavera uscirà "Bari una guida" per Odos Edizioni
Foto di Alessandra Favaro
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A modo nostro
di Michela Fioravanti

Sono nata femmina ma sono cresciuta pensando che se fossi stata un uomo, mi sarei divertita molto di più. Non so bene quando si sia generato per la prima volta in me questo pensiero. Se alla mia nascita, quando il ginecologo disse a mia madre, scherzando, che aveva partorito un bel maschietto di quasi 4 chili. Se durante i miei primi mesi, a causa di quelle soffici tutine azzurre e celesti, che i miei genitori comprarono ignari del fatto che dovessero appendere alla porta un fiocco rosa. Se verso i 6 anni, quando mi tagliarono tutti i capelli e mio padre mi diede il permesso di frequentare una scuola calcio al posto di mio fratello. Se quando ho comprato la mia prima moto e adoravo il modo in cui mi faceva sentire libera.
Non saprei dirlo con esattezza. Ma durò a lungo e mi perseguitò per gran parte dell'esistenza. In effetti, a mia discolpa, il periodo storico in cui sono cresciuta non ha aiutato: negli anni ’80, per tagliarti i capelli, ti portavano dal barbiere, ti mettevano seduta su un cavallino e ci andavano giù pesante. Niente più boccoli e treccine, solo una grande grossa testa informe (e gonfia nel mio caso). Ti vestivano con tute da ginnastica, molto spesso dai colori improbabili, acetate, altroché teorie del gender. In TV si guardavano cartoni animati come Lady Oscar, con una sigla che lasciava intendere tante cose, a ognuno la sua (
«…Il buon padre voleva un maschietto, ma ahimè sei nata tu, nella culla ti ha messo un fioretto, Lady dal fiocco blu»). 
Io invidiavo i maschi, per quella complicità che riuscivano a creare e per quella loro manifesta competitività che non si vergognavano a nascondere, anzi che li stimolava e li faceva crescere. Li invidiavo perché si dicevano in faccia molte cose e molto spesso con modi schietti, senza fronzoli, senza pianti e rancori. Li invidiavo perché anche dopo la più grande delle delusioni, a loro bastava un amico, un bicchiere di vino, un po’ di sport e un progetto di cui parlare per sentirsi meglio. E poi li invidiavo perché si divertivano, giocavano. Erano fisici, protagonisti.
Noi no. Noi, piccole donne dalle guance rosse, facevamo spesso il tifo. E aspettavamo di essere messe alla lavagna, come le più belle o le più brutte della classe, aspettavamo che ci dessero i voti. E quando i nostri corpi pieni di estrogeni cominciavano a dare i primi segnali di sviluppo e procacità, aspettavamo che ci guardassero. E poi che ci assumessero, ci promuovessero, ci elogiassero come tipe toste quanto loro, aspettavamo che ci identificassero, in qualche modo, non del tutto consapevoli di noi. Aspettavamo che ci invitassero ad uscire, che ci venissero a prendere, che ci dessero il primo bacio. Come se quel bacio, noi lo volessimo solo fin tanto che fosse il maschio ad averlo deciso. Noi gli davamo libertà e importanza e loro ci restituivano una serie di poteri. Anche semplicemente quello di dire sì. Aspettavamo sempre il loro consenso, facendo dell'attesa la nostra connotazione, cercavamo un posto nell’universo, nella società, magari con un lavoro adeguato a ruoli materni. Oggi, per fortuna, abbiamo smesso: abbiamo iniziato a fare le cose da sole, a prendere l’iniziativa, aspettiamo sempre meno e se qualcuno ci dice che siamo dolcemente complicate, beh lo mandiamo a quel paese. Abbiamo avuto il coraggio di puntare su di noi e abbiamo smesso di fare il tifo ai lati del campo. Ci siamo infilate un vestito comodo e abbiamo iniziato a giocare, a modo nostro, con le nostre regole, la nostra emotività, spesso insieme riconoscendoci e sentendoci in qualche modo più vicine, più unite. Riusciamo a capirci di più e giudicarci meno, ci aiutiamo anche senza parlare, cerchiamo di darci i giusti consigli, di darci il cambio e a volte diventiamo socie in affari, ci scriviamo dopo quasi venti anni per infilarci con la testa in un progetto comune. E forse abbiamo smesso di mettere gli uomini su un piedistallo cominciando davvero a giocare a modo nostro, a supportarci, finalmente. Quando, poco tempo fa, ho riletto Luisa Muraro mi sono accorta che quel modo di vedere gli uomini, non era solo mio ma apparteneva a tutte noi:
«Degli uomini piace il loro andare a caccia di grandezza e inventarsi imprese e avventure, ma fa paura quello che poi troppo spesso si lasciano dietro, come rotoli di filo spinato, lattine, carcasse, odi, confini tracciati a caso… E non piace niente quando si rincorrono in un pulviscolo di titoli, cariche, carriere, promozioni; vedere fra loro delle donne è imbarazzante. Il privilegio di essere donna dà una grandezza d’altro tipo, che viene incontro fra le cose ordinarie della vita e arriva fino alle più straordinarie». Non siamo più grandi o più brave degli uomini, siamo diverse e dovremmo ricordarcelo più spesso, dircelo, chè in questa diversità sta la nostra grandezza. Lo vorrei dire alla me bambina, quella che pensava che se fosse nata uomo, si sarebbe divertita di più. Vorrei dirlo alla ragazzina che frequentava la scuola calcio e a quella che guidava la moto per sentirsi libera. Libere e fiere lo siamo già, con o senza gli uomini.

L'autrice
Michela Fioravanti ha già compiuto i suoi "primi 40 anni" e ha una lunga storia aziendale alle spalle. Ha lavorato nel marketing di una multinazionale americana, per poi approdare alla consulenza direzionale dov'è rimasta per 8 anni. Oggi è direttore generale di un'azienda di servizi legali. Ha un executive MBA, una laurea in lettere cum laude e tanta passione per ogni forma di creatività
Foto di Alessandra Favaro
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La prossima newsletter uscirà il 28 febbraio. Grazie ad Alessandra Favaro per le foto che hanno illustrato questo numero.

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