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L'ERRORE CHE CAMBIÒ IL NEGRONI

Il Bar Basso nelle parole di chi ci è nato

 

L’ingrediente sbagliato su cui Mirko Stocchetto decise di puntare non fu solo lo spumante, ma anche la faccia tosta. L’inventore del Negroni sbagliato, pur di non ammettere di aver fatto un errore, spiegò al cliente che quella che gli stava proponendo era soltanto una versione pensata per la giornata particolarmente calda del popolare drink a base di Campari, Vermouth rosso e gin. “Il barman all’epoca era una cosa molto seria, e tu non potevi sbagliare un Negroni davanti ad un cliente, era un’harakiri,” scherza il figlio Maurizio, che oggi porta avanti con la stessa passione il locale. Da un semplice errore ebbe però inizio un mito, che contribuì a creare l’aura che ancora oggi il Bar Basso conserva: un luogo dove sembra che il tempo si sia fermato, dove l’aperitivo ha un altro sapore, anche se i cocktail vengono accompagnati con le stesse patatine in busta e olive di sempre. Ci siamo seduti, ovviamente sorseggiando un Negroni sbagliato, per due chiacchere con Maurizio Stocchetto, che in questo posto ha iniziato a lavorare a 16 anni, nel 1976, lo stesso anno in cui gli Abba pubblicarono Dancing Queen, canzone che intanto parte in sottofondo. Guardandosi intorno sembra davvero di essere a metà anni ’70, anche se il Bar Basso ha una storia ancora più lunga.
Nel 1933 il signor Giuseppe Basso aveva infatti aperto un bar, in Porta Vigentina. Nel 1947, dopo la guerra, aveva riaperto in via Plinio 39, affacciato sui viali della circonvallazione che segnavano il confine della nuova edificazione popolare degli anni ‘30, sul limitare della città delle fabbriche, e infatti proprio davanti c’era la Bianchi, storico produttore di biciclette. La carriera di Mirko Stocchetto non iniziò però dal capoluogo meneghino. Quando aveva solo 13-14 anni,  con la Seconda guerra mondiale ancora in corso, aveva iniziato a lavorare all’Hotel Monaco di Venezia, dove puliva i pavimenti e l’argenteria, ma dove conobbe anche Renato Hausammann, grande barman dell’Harris Bar, con cui si trasferì all’Hotel Posta di Cortina, negli anni in cui diventava la capitale invernale degli industriali, la Cortina delle Olimpiadi. Maurizio mi spiega - perchè Mirko è morto tre anni fa - che a Cortina andavano tutte le persone più importanti dell’epoca e anche i primi turisti americani che dopo la fine della guerra esploravano il sud Europa. “Erano gli anni in cui scoprivano Venezia, Cortina, Roma, Capri, e questi americani bevevano cocktail e spendevano un sacco di soldi. Ma mio padre dopo aver lavorato vent’anni nei bar dei grandi alberghi voleva aprire un locale tutto suo. Attraverso le sue amicizie venne così a sapere di questo bar in vendita a Milano, lo rilevò e portò la sua esperienza di barman nei grandi alberghi in un bar di strada di Milano,” racconta Maurizio.

Ma quella Milano era profondamente diversa da quella di oggi, non c’erano apericena a 10 euro e il cibo etnico. Mirko iniziò a proporre cocktail, dal Martini al Manhattan, in una città che non era abituata a tutto ciò. Se queste bevande erano infatti popolari negli hotel frequentati dai turisti, il resto della città era popolata da gente molto concreta, che lavorava senza pensare a quale cocktail sorseggiare. Però erano anche gli anni del boom economico, in cui la gente stava bene ed era disponibile a provare esperienze nuove. “Le cose cominciarono ad andar bene e mio padre iniziò ad introdurre dei bicchieri speciali per incuriosire anche le persone che non erano familiari con il mondo dei cocktail: ebbe un grande successo,” afferma Maurizio fieramente. Il figlio del proprietario iniziava in quegli anni a curiosare dietro al bancone e fermarsi qualche pomeriggio dopo scuola nel locale. Ma anche i ritmi dell’epoca erano totalmente diversi: uno dei momenti della giornata in cui il Bar Basso era più frequentato era l’aperitivo delle 12-12.30. “La vita era diversa in quegli anni, anche a livello quotidiano. Cerano molti pendolari, ma comunque la maggior parte delle persone lavorava vicino a casa, nel proprio quartiere. A quell’epoca non c’era l’orario continuato, quindi molte persone lavoravano dalle 8,30 alle 12,30 e poi c’era l’intervallo dove si veniva al bar a far l’aperitivo," mi spiega Maurizio. I lavoratori andavano quindi a casa, dove mangiavano primo e secondo, e alla fine di queste tre ore di pausa, non propriamente un light-lunch, tornavano al lavoro fino a sera.
Dopo gli anni del boom economico arrivano poi altri avvenimenti che rivoluzionano la società: il ’68 e la controcultura, la rivoluzione di una generazione. Prima di quest’anno i bar erano frequentati quasi esclusivamente da uomini, “e quindi le donne che venivano a bere qualcosa da sole erano molto guardate e commentate, quasi come entrassero in una ferramenta,” racconta divertito Maurizio. Dopo il ’68, molte signore hanno invece iniziato a frequentare i bar ed è così nata l’esigenza di creare dei cocktail particolari, più leggeri e per un palato femminile. Paradossalmente lo “sbagliato”, pur nascendo come un errore, rispondeva ad una nuova esigenza della società.

L'errore del padre si perde però nella leggenda, visto che anche Maurizio ammette di non aver mai capito bene come nacque il Negroni sbagliato. La sua versione nasce però dalla particolare configurazione del bancone del Bar Basso, che nella parte destra della potazione del barman ha un pozzetto dove trovano posto nove bottiglie, quelle più usate e che si prendono senza guardarle, tanto ormai  il gesto rappresenta un automatismo per chi sta dietro al bancone. “Un giorno qualcuno deve aver spostato le bottiglie dalla loro solita posizione, e così mio padre finì per mettere lo spumante al posto del gin,” spiega Maurizio, “e siccome era una giornata calda, appena si accorse di stare versando lo spumate, lo vendette al cliente come una variante creata appositamente in quel momento.” Come si dice in questi casi: il resto è storia. Mirko si rese subito conto che il cocktail aveva un suo equilibrio e soprattutto piaceva, ma affinchè fosse replicabile aveva bisogno di un nome evocativo. Nacque il “Negroni sbagliato”, che fra l’altro il Bar Basso ha registrato come marchio, per evitare che fosse preso da una grande azienda per creare una bottiglia. Ma Mirko Stocchetto non ha inventato soltanto lo “sbagliato”, ha ideato svariate altre miscele di successo, oltre che introdotto, con trent’anni d’anticipo, l’uso del bicchiere ad hoc per ogni bevanda. Il più iconico è chiaramente quello dello sbagliato, così grande da sembrare pesante e scomodo, ma che una volta in mano, con il delizioso contenuto e un gigantesco cubetto di ghiaccio, sembra il bicchiere ideale per questa bevanda. Maurizio ci confida che non ci fu particolare studio dietro alla forma del bicchiere, che non serve nemmeno per facilitare la bevuta, ma solo la voglia di stupire e incuriosire tipiche del padre Mirko.
Ad aver “attirato generazioni di clienti ed ad aver cresciuto generazioni di architetti e ingeneri del vicino Politecnico”, come ama dire Maurizio, non è stata una semplice ricetta, ma un’atmosfera che metteva d’accordo tutti. Nei turbinosi anni del’68, delle occupazioni e degli scontri di piazza, si fermavano a bere qualcosa il leader del Movimento Studentesco Mario Capanna, politici dell’MSI, musicisti come Adriano Celentano, banditi, tassisti e la celere. “Non siamo mai stati identificati come un locale di destra o sinistra, eravamo semplicemente un bar dove si veniva a bere e tutti convivevano allegramente,” racconta Maurizio, che di storie di personaggi strambi o famosi dice di averne decine, ma decide di raccontarci di quella volta che al Bar Basso si fermò il Presidente della Repubblica Sandro Pertini. “Avevamo un gran giro di celere che si fermava a bere da noi, e proprio alcuni di quei poliziotti, nostri clienti abituali, finirono nella scorta di Pertini,” racconta Maurizio, che ricorda ancora come il presidente ordinò un Punt e Mes per sé e un giro per la sua scorta.

La forza di questo bar è probabilmente essere rimasto lo stesso posto in cui Pertini mise piede. “Siamo qui da 52 anni, tutti di vita quotidiana, così quotidiana che il 2018 abbiamo fatto i conti e ci siamo accorti che avevamo compiuto 51 anni e avevamo mancato il 50esismo anniversario. Ma d’altronde facciamo il Negroni sbagliato, come non potevamo fare anche il compleanno sbagliato?”, scherza il suo proprietario. Se a Milano sta aprendo una nuova generazione di cocktail bar per intenditori o gintonerie, è anche per la decennale "devastazione" portata dall’apericena, stortura italica del rito dell’aperitivo, e Maurizio si augura che ci siano altri luoghi come il Bar Basso, che lui chiama amici e non competitor, che possano portare avanti con così grande passione la cultura del buon bere. Cultura che non può aver che aver preso dal padre, che in una delle sue ultime interviste, per il magazine Zero.eu, alla domanda su cosa stesse benvendo aveva risposto: “ È un Mirketto leggero, base vodka con un po’ di pompelmo. È un cocktail che ho inventato per me. Ormai bevo solo questo. Niente più acqua alla mia età.”
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