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Il ristorante si sceglie su Instagram

Intervista a Caterina Zanzi


Se abitate a Milano, e avete cercato online un posto per un aperitivo tra colleghi, un locale per un primo appuntamento o un ristorante per stupire gli amici, è impossibile che non vi siate imbattuti in Conosco un posto. Il blog di Caterina Zanzi è un punto di riferimento in città per scoprire realtà nuove dove mangiare, bere, passeggiare o partecipare ad eventi. Il suo profilo Instagram è un fiume di consigli, che spesso arrivano come risposta a un box domande nelle Stories. Il tono amichevole, le recensioni senza piaggeria e la capacità di scovare sempre posti nuovi hanno permesso a Caterina di trasformare un hobby in un lavoro. Le abbiamo fatto qualche domanda per conoscere il passato e il futuro di Conosco un posto e cosa c’è dietro le guide e i consigli che tutti leggiamo.
Caterina Zanzi
Partiamo dalla domanda più scontata: come è nato Conosco un posto?
Tutto è nato a fine 2014. Quando ho aperto il blog, l’idea era semplicemente quella dare consigli, condividere una mia passione, quella di andare in giro e trovare bei posti. All’inizio parlavo soprattutto del mondo del food, con consigli su bar e ristoranti, anche perché ciò derivava dalle mie esperienze lavorative. Durante l’università, e poi anche dopo, ho collaborato con diversi magazine a tema food e lifestyle, come Scatti di gusto, o portali per i quali ero il contributor su Milano, come Skyscanner. Mi sono quindi fatta le ossa nella scrittura online, e ho poi lavorato in una testata b2b, Panbianco, scrivendo di moda e lusso fino a dicembre. La volontà di creare qualcosa di mio è sempre stata forte, e siccome le soddisfazioni economiche dello scrivere per altri non erano tantissime e faccio questo mestiere già da un po’, ora ho scelto di buttarmi al 100% in questo progetto.

Quando hai capito che stava diventando qualcosa di importante?
Non c’è stato un momento preciso, ma un grande boost c’è stato un paio di anni fa, quando sono state introdotte le Instagram Stories. Il rapporto con la community è cambiato e si è allargato, è diventato più in presa diretta e coinvolgente. Questo si è riflesso anche nei numeri, oggi stiamo veleggiando verso i 100k su Instagram (oltre ai 60mila su Facebook, ndr), e ha fatto sì che si aggiungessero anche molte collaborazioni con le aziende. Nel tempo sono cambiate anche le cose di cui ci occupiamo. Oggi su Conosco un posto scrivono una decina di persone, con un tono di voce e un bagaglio di esperienze diverse tra loro. Tutti parliamo dei posti dove andiamo, non solo del mondo food: dalle mostre agli eventi, fino ai viaggi che ognuno di noi fa. Forse potremmo chiamarlo un blog di lifestyle.

Come decidi di far conoscere un posto alla tua community? Ci finisci a cena e lo racconti, o lo scegli prima in modo accurato?
Facciamo tutto con molta naturalezza, quelli di cui scriviamo sono posti che effettivamente frequentiamo. Ovviamente  leggiamo molto la stampa del settore, ma poi ci distinguiamo. Un giornale come Gambero Rosso riceve più comunicati stampa, alert e inviti alle inaugurazioni. Non noi ci poniamo sullo stesso piano. Ognuno di noi vive in un quartiere diverso e contribuisce alla mappatura della sua zona, andando nei posti nuovi e raccontando quelli che già conosce. Le modalità sono però molto naturali, senza strategia, e questo si nota. Scriviamo dei posti dove ognuno di noi passa la serata con il proprio fidanzato o fidanzata, con amici, colleghi e famiglia. Alla base di tutto c’è una grande voglia di conoscenza.
La redazione di Conosco un posto
Qual è il tuo metodo per raccontare un posto?
Da un lato l’approccio è quello del cliente normale. Noi non ci presentiamo mai, non avvertiamo nessuno e paghiamo sempre il conto. Io quando chiamo un ristorante prenoto semplicemente per “Caterina”. Dall’altro lato c’è la volontà di fare un servizio di cronaca, di raccontare in maniera quanto più oggettiva possibile il locale. Anche per questo i pezzi sui ristoranti sono spesso divisi in sezioni, dove analizziamo l’atmosfera, il menù, il servizio, il cibo, etc. Poi ovviamente ognuno di noi racconta il ristorante alla sua maniera, ma comunque preferisco sempre parlare di racconto più che di recensione.

Sul blog c’è la sezione Flop e anche se un posto ti ha convinto a volte ne sottolinei le cose meno riuscite. Questo è apprezzato dalla tua community?
Questa è una cosa super apprezzata e infatti cerchiamo di essere sempre il più trasparenti possibili. Anche per evitare quella sorta di servilismo che interessa il giornalismo gastronomico, ancora più che altri settori. Noi raramente accettiamo inviti, non ci facciamo offrire le cene e paghiamo sempre il conto. A parte la sezione Flop, che a volte è proprio senza pietà oltre ad essere una delle più lette del blog, inseriamo sempre una parte critica anche nei racconti dei locali che ci sono piaciuti di più.

Riceverai sicuramente molte richieste di sponsorizzazione da brand. Come scegli con chi collaborare?
Quello che ci siamo imposti è di non fare business con quello che è il nostro core, onde evitare conflitti di interesse, perché ci farebbe perdere credibilità. Non abbiamo infatti nessun tipo di collaborazione con bar, ristoranti e locali. In qualche modo dobbiamo però riuscire a mantenerci, anche perché dobbiamo pagare tutti gli scontrini dei posti in cui andiamo. Facciamo quindi partnership con aziende attive nel campo dei servizi e dell’intrattenimento (recentemente sono apparsi post sponsorizzati da Storytel e Revolut, ndr), ma anche nella moda e nel food & beverage. La chiave è però far rientrare tutte le partnership in un’ottica di coerenza. Sponsorizzo qualcosa che rispecchia i miei gusti, qualcosa che anche io userei. Il racconto deve essere credibile e dobbiamo condividere i valori e le finalità del brand con cui collaboriamo.

Come ti comporti con le richieste dei ristoratori?
Riceviamo fiumi di inviti, e penso che su 100 ne accettiamo 5. Questi sono di posti in cui abbiamo piacere di tornare o quando c’è un sincero interesse. Per policy aziendale non andiamo mai a cene per la stampa. A volte comunque ci fermiamo a parlare con i ristoratori, ma succede soprattutto con quelli più piccoli. Ci piace fargli qualche domanda che ci consente di capire meglio il loro mondo e le loro idee.
L'uovo alla Exit, il cavallo di battaglia di uno dei ristoranti preferiti di Caterina
Quali sono i trend che vedi al momento nel mondo della ristorazione a Milano?
Sicuramente il fenomeno più interessante è quello delle vinerie naturali e delle enoteche con piccola cucina. Sono posti in cui trovare una buona etichetta di vino naturale e biologico, magari da abbinare a piccoli piatti, di solito della tradizione italiana o fatti con un ingrediente ricercato, proveniente da piccoli produttori. Questo è un trend che si sta imponendo e alcuni esempi sono l’Associazione Salumi e Vini Naturali in Corso Garibaldi, ONest in zona Risorgimento, Vineria Eretica in zona Porta Venezia ed Enoteca Naturale in zona Colonne.

Se dovessi consigliare tre ristoranti a Milano, i tuoi posti del cuore, quali sceglieresti?
Il primo è Exit Gastronomia Urbana. Nel bistrot di Matias Perdomo (lo stello dello stellato Contraste), un chiosco in zona Missori, si mangia davvero divinamente. Un altro è sicuramente la Gastronomia Yamamoto, un giapponese che non fa il classico pesce crudo in versione sushi e sashimi, ma propone i piatti della tradizione, come la buonissima cotoletta di maiale con salsa tonkatsu. Non posso non citare anche l’Enoteca Naturale, con un cortile stupendo e una vista meravigliosa su Piazza Sant’Eustorgio.

Come cambierà Conosco un posto in futuro?
Stiamo lavorando in tante direzioni diverse, associando rami collaterali al blog. L’anno scorso abbiamo lanciato un format di eventi: “Conosco un aperitivo”; nato come una sorta di meet&greet con la community in realtà è sfociato in serate vere e proprie con la gente in fila per entrare: abbiamo avuto 800 persone registrate in 20 minuti. Stiamo quindi lavorando per riproporre il format nei prossimi mesi. Continueremo anche sulla strada del merchandising, perché fin qui è andata molto bene: abbiamo fatto una linea di piatti chiamata “Cene anziane” perché spesso mangio zuppette e minestrone a casa. Continueremo anche con i tour in città, fatti non solo per i turisti ma anche per chi viene dall’hinterland e chi vive in città, senza mai dimenticarci della parte editoriale. Presto ci sarà una novità, chissà che conosco un posto non arrivi anche su carta.
Messaggio di servizio: come qualcuno ha notato, domenica scorsa non abbiamo inviato alcuna storia. Per un po' di tempo, purtroppo, usciremo ogni due domeniche, sperando di tornare presto alla solita cadenza settimanale.
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