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Chi fugge e chi resta

 

Come cambiano gli spazi in città pt.3


In un decennio non molto lontano, anche i trattori arrivavano fino in San Babila. Sebbene l’immagine famosa di Renato Pozzetto nel film “Il Ragazzo di campagna” sia solo una metafora dell’urbanizzazione avvenuta negli anni ’80, il flusso di italiani che ha deciso di trasferirsi a Milano è stato lungo, continuativo e ha visto uno stop solamente con l’arrivo del Coronavirus. Come in tutte le maggiori metropoli europee e mondiali, la crescita delle città ha permesso ai conglomerati urbani di diventare centrali nella divulgazione del sapere, nello sviluppo economico e nelle agende di politica locale e nazionale. Al contrario, come la recente cronaca ha raccontato, negli ultimi due mesi vi è stata una fuga in massa verso le residenze originarie di molti milanesi acquisiti. Le immagini delle file in Stazione Centrale e dei treni regionali affollati sono rimaste impresse nell’archivio iconografico dell’inizio del lockdown. A più di due mesi dalla diffusione della pandemia, e mentre il caldo primaverile sta sciogliendo le paure del contagio, la città di Milano si sta riadattando al futuro e alla convivenza con Covid-19. L’interrogativo principale è se anche i milanesi si adatteranno o se preferiranno fuggire “in campagna”.
Renato Pozzetto in una scena di "Il Ragazzo di campagna" del 1984.
La discussione riguardo il futuro delle città e della loro vivibilità è stata iniziata negli Stati Uniti. Tra i problemi legati all’epidemia e i proclami dei Big della Silicon Valley sul futuro smart-working ad oltranza per i loro dipendenti, studiosi e giornalisti hanno immaginato un possibile scenario in cui gli americani si muoveranno dalle grandi metropoli verso centri più piccoli. Il New York Times è stato il capofila in questo contesto. Prima con un articolo riguardo le destinazioni più gettonate dai Newyorkesi in cui spendere il periodo di quarantena, poi con un lungo editoriale di analisi della situazione delle grandi metropoli statunitensi. Ma il Vecchio Continente, e soprattutto la città della Madonnina, fatica a equipararsi alle dinamiche di oltre-oceano. “Io credo che questa tematica della fuga in campagna sia un’illusione”, racconta Agostino Petrillo, docente di Sociologia Urbana al Politecnico di Milano. “Il tema è stato agitato spesso anche da archistar e grandi nomi, in realtà poi il funzionamento delle grandi città metropolitane è tale che non si può pensare di abitare in remoto”. Il punto di Petrillo è chiaro, “la città offre servizi mentre la dimensione del piccolo centro urbano ha dei limiti, soprattutto dal punto di vista relazionale”.  L’illusione, sempre statunitense, nata a cavallo degli anni ’90 di andare a vivere in campagna grazie alle possibilità offerte da Internet si è scontrata con la complessità delle metropoli, lasciando solamente una pulce nell’orecchio che si è risvegliata con l’esplosione globale di una nuova pandemia. Ma la connessione tra epidemia e luoghi bucolici non è un argomento nuovo. “Nella storia si possono trovare diversi esempi famosi – continua Petrillo – all’inizio del secolo scorso ad Amburgo vi erano epidemie cicliche di colera per la mancanza di fognature e succedeva che ogni volta i ricchi scappavano in campagna e i poveri rimanevano a morire in città”. La connessione tra status economico e fughe bucoliche anche nel caso di Covid-19 è stato emblematico. “Prima di tutto il discorso dell’abbandono delle città è un discorso molto alla Boccaccio Decamerone, molto elitista”, racconta durante una conversazione telefonica Michele Acuto, direttore del laboratorio Connected Cities Lab dell’Università di Melbourne. “L’esterno della città vuol dire tante cose, la gente oggi non scappa in paesini idilliaci in campagna, stiamo parlando di realtà più simili ad Abbiategrasso che alle garden cities con quindici casette nel verde”.
John William Waterhouse, A Tale from Decameron, 1916, Lady Lever Art Gallery, Liverpool
Anche i dati dell’immobiliare milanese sono stati in netto contrasto con le teorie americane della fuga dalla città. “La metropolizzazione già in corso non solo in Italia ma anche a livello globale non si fermerà – spiega Carlo Giordano, amministratore delegato di Immobiliare.it – Milano rimarrà ambita da studenti, lavoratori e investitori che per comodità di spostamenti e disponibilità di servizi continueranno a cercare casa in città e non fuori”. Durante il periodo di lockdown iniziato a marzo e ora nella fase 2, l’AD di Immobiliare.it ha  notato che “la pandemia non ha cambiato le ricerche: guardando alle oltre nove milioni di attività sul portale, meno dell’1% ha cambiato il parametro della location”, il fattore più importante per il motore di ricerca. A differenza delle élite alla ricerca di una magione in campagna, il mercato immobiliare milanese ha subito uno stop netto nei mesi precedenti. Carlo Giordano sottolinea che la prima conseguenza è stata un completo congelamento delle trattative di compravendita e, seppure ancora prematuro da definire, l’aumento dell’offerta degli immobili in locazione. In sostanza, le case prima utilizzate per soggiorni turistici sono tornate sul mercato per affitti a lungo termine. Al contrario, i problemi legati all’abitare cittadino si sono concretizzati non nella ricerca di un immobile fuori città, ma nel desiderio di avere un ambiente casalingo più comodo e vivibile. “Il vero cambiamento è il rapporto degli italiani con la casa”, ha scritto Mario Breglia, Presidente di Scenari Immobiliari, “quasi trenta milioni di famiglie sono costrette a vivere in uno spazio di cui finalmente vedono le criticità”. Nell’invocare “un Piano Marshall per la locazione”, Breglia ha sottolineato come “il patrimonio residenziale italiano sia vecchio: meno di una casa su dieci è stata costruita in questo secolo” e a questo va ad aggiungersi il fatto che “un terzo delle famiglie italiane non possa affacciarsi al balcone per cantare con gli altri cittadini”, stessa percentuale per le abitazioni in cui è possibile svolgere il lavoro da casa.
Se lo scontro tra chi fugge dalla città e chi è costretto a rimanerci si riflette sulle modalità dell’abitare, anche la socialità nelle metropoli sarà costretta a cambiare per rendere Milano e le altre città italiane vivibili nel post-epidemia. “Certo è che la città delle barriere di plastica fa impressione – continua Petrillo – d’altro canto è chiaro che ci sono obblighi sanitari che bisogna rispettare, sicuramente bisognerà pensare a forme di socialità adeguate alla nuova condizione anche se questo si scontra con il grande desiderio di socialità che abbiamo accumulato dopo tre mesi di isolamento”. L’evoluzione urbanistica delle metropoli andrà di pari passo con le nuove forme di convivialità. “Ci saranno meno possibilità di socializzare, basta solamente pensare a quante persone in meno potranno salire su un vagone della metropolitana – conclude Michele Acuto – però allo stesso tempo tante città stanno allargando i propri marciapiedi, creando più spazio per le persone, e ponendo una grossa enfasi su parchi cittadini e spazi verdi, luoghi in cui la socializzazione avviene molto frequentemente”.
Questa è l'ultima delle tre uscite "Come cambiano gli spazi in città".
Torneremo presto a raccontare quartieri, persone e questa "nuova" Milano in cui ci stiamo muovendo!
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