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La storia di Alice, da Rogoredo alla rinascita


Intervista a Simone Feder 

 

Le vicende di Rogoredo sono finite spesso sulle pagine della cronaca locale e nazionale. Blitz delle forze dell'ordine, dosi di eroina nascoste in ogni anfratto del bosco e alle volte anche celebrità che hanno fatto una sfilata in una delle piazze di spaccio più grandi d'Europa. Ma i volti dei tanti giovani rimasti intrappolati nel Boschetto sono passati spesso inosservati. Per questa uscita, abbiamo intervistato Simone Feder, coordinatore dell'Area Giovani e Dipendenze della Casa del Giovane e operatore sociale. Con il suo nuovo libro "Alice e le regole del Bosco", Feder ha raccontato la storia di una ragazza che è riuscita ad uscire dal disagio della dipendenza, riprendere gli studi e arrivare all'esame di maturità, ma anche quelle di tante altre vite rimaste intrappolate nella periferia Sud di Milano.

Com’è nata l’idea di mettere su carta la storia di Alice?
 
È stata un po’ una provocazione sua [di Alice, ndr]. Mi avevano chiesto, dopo degli articoli apparsi sui giornali, di poter strutturare un po’ meglio questa sua storia, ma lo voleva fare qualche giornalista. Io ne ho parlato con lei diverse volte, ma era molto restia. Alice rispondeva sempre che ci si poteva pensare nel caso in cui ci fossi stato anche io. Tutto questo fino al punto che Alice mi ha detto “Simone, se ci credi, scrivi tu la storia”. È una sfida che richiama molto quello che noi operatori abbiamo sempre fatto e ci spinge a uscire dai nostri contesti. È una sfida che dobbiamo per forza accogliere e per forza vincere.
 
Durante la stesura del testo, ci sono stati dei momenti difficili sia per te sia per Alice?
 
La difficoltà è che tutte le volte che ripensi alla storia, pensi al vissuto che c’è dietro. Non è un qualcosa di statico, ma qualcosa di sempre dinamico. È un vissuto che tutte le volte ti interroga e ti porta a cambiare sempre più. Ci sono stati dei passaggi in cui Alice ha sofferto, come ho sofferto anche io. Per cui, c’è sempre questa empatia in tutto il ripercorrere le vicende che ci sono state. Ma ancora adesso, più ci penso e più mi rendo conto di quanto sarebbe stato importante mettere anche altri pezzi. È anche frutto della sofferenza delle persone che si sono precipitate al boschetto per portare via i propri figli e mi hanno chiesto aiuto per andare a prenderli. Ci sarebbe da scrivere un altro libro solo riguardo la disperazione dei genitori.
 
Quanto è importante per i giovani avere l’opportunità di leggere questa storia?
 
È una storia sicuramente molto cruda, ma anche molto vera. È anche una storia in cui i giovani di oggi possono inciampare e finirci dentro. Il senso critico, la storia di disperazione e di rinascita sono importanti per fare vedere come si può uscire dal disagio. Si può parlare forse di anticorpi per i giovani che permettono di essere un po’ “shakerati”.
 
Ma è anche un libro per i genitori…
 
L’idea che i genitori leggano questo libro è opportuna perché siano attenti ai campanelli d’allarme che spesso tendono a ignorare o a far passare. I genitori devono assumere il loro ruolo nella relazione con i figli e non perderlo. Per farlo, bisogna costruire il dialogo e non smettere di parlare, con i giusti modi, del mondo del disagio e della droga. Una famiglia attenta nasce dal dialogo.
L'autore del libro Simone Feder 
Quali sono le cause che portano tanti giovanissimi in questo boschetto?
 
Le cause sono svariate. C’è da sfondo un andare sempre oltre nei giovani, un essere uniti ai loro compagni, che spesso davanti a situazioni di tensione e di appiattimento poi diventa quasi un “è figo andare a Rogoredo”, “è figo frequentare certi posti”. Alle volte, sembra anche che si vada alla ricerca di una sorta di rito iniziatico, dove ti perdi entrando in questi non-posti che sono una via a senso unico. La cosa che a me colpisce sempre non è tanto da quanto tempo i ragazzi sono lì, ma come ne escono. Oggi, questi non-posti ti segnano completamente l’esistenza. Nel libro lo racconto, basta pensare alla disperazione delle ragazzine che si vendono. Sono situazioni di vita che vanno capite, e per farlo bisogna starci in questi posti.
 
Ti capita spesso di parlare di non-posti, cosa intendi quando è riferito a Rogoredo?
 
È una situazione dove non ci sono confini, non c’è una giusta realtà, non c’è una vita, ma c’è altro. L’uomo rischia di confondersi con la natura, con le piante, con gli esseri inanimati quali potrebbero essere una siringa per terra o dello sporco. Non è una condizione in cui un giovane può trovare uno spazio in cui riflettere o in cui stare. Poi bisogna ricordare che Rogoredo è all’interno del Parco Sud, dove c’è l’abbazia di Chiaravalle. È un ambiente storico per i milanesi. Il bosco, quando lo descrivo è bello, però fa anche paura. Quel posto ha molti richiami.
 
Quali sono state le cause che negli anni hanno fatto chiudere gli occhi a tante persone riguardo la situazione di Rogoredo?
 
Viviamo in una società che tende sempre di più a relativizzare tutto. Basta solo pensare alla normalizzazione del consumo. In tutto questo però non c’è mai un guardarsi dentro, un fermarsi a riflettere. Mi sono arrivate tante recensioni del libro. Una persona, in particolare, mi ha scritto che questo libro l'ha colpita, ma lo ha colpita in particolare nella sua indifferenza. Questa persona ha sottolineato come era portata a non avvicinarsi e a non guardare. È opportuno avvicinarsi per capire. Poi bisogna anche capire il perché si è finiti in un posto come Rogoredo. Negli anni ho cercato di capire perché ha assunto queste proporzioni incredibili. Adesso l’area di Rogoredo è stata sistemata, mentre altri spazi ancora non lo sono. Però, bisogna chiedersi come mai si è formata questa piazza tra le più grandi d’Europa. Io delle idee me le sono fatte, però è certo che tutto torna. Magari è anche il fatto di volere concentrare tutto in uno spazio per non avere queste persone in giro per Milano, soprattutto nei tempi dell’Expo. Concentrare lì poteva voler dire non vedere questa situazione, che è la situazione delle Milano delle periferie, ormai al centro della storia della città.
Cosa possono fare istituzioni e associazioni per mettere fine a questa situazione?
 
Starci dentro è l’unico modo per mettere fine a questi posti della perdizione. Bisogna farlo insieme, bisogna riprendere possesso del proprio territorio. La mia idea è che là dove ci sia un disagio, è la comunità stessa che deve prendersene carico. Quindi, questo vuol dire anche una chiamata a tutte le associazioni ad unirsi, ad unire la gente del territorio, ad unire le parrocchie, ad unire le istituzioni. Questa è una situazione che porta a sentire l’altro in modo condiviso da tutti. Questo non te lo insegnano i libri di scuola. Ecco perché alle volte faccio un accenno al mondo accademico. Bisogna per forza rivedere e diffondere la cultura dell’aiuto. Bisogna formare delle persone che siano in grado di reggere questo disagio, senza perdere i confini del proprio sé. Noi abbiamo situazioni di molti operatori sociali che faticano a reggere questo disagio e vanno loro stessi in crisi. Se vuoi occuparti degli altri, fin dall’inizio del proprio percorso di studi devi fare tirocini in cui stai dentro e sei accompagnato a capire questo disagio. Noi abbiamo in carico ragazzini di quindici anni poli dipendenti. Bisogna essere operatori preparati per accompagnare queste persone oltre il loro disagio.
 
Qual è il futuro del Boschetto?
 
Io penso che il disagio non sparisce, è un po’ come l’acqua in discesa: da qualche parte trova la strada per andare avanti. Si possono trovare soluzioni per arginare. Il modello Rogoredo ha permesso la nascita di un modello di risposta di intervento e ha permesso che le comunità locali prendessero in carico il disagio che passava davanti a loro. L’ambiente ora si sta trasformando in uno spazio più vivibile e meno sfacciato, e ben venga che sia così. Però sono preoccupato, l’area si sta ripopolando.
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