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Chissà perché dire (ammettere?) che alcune cose non le sappiamo e che le stiamo studiando ci fa sentire deboli. Non è verosimile pensare di sapere tutto: e allora perché fingere? Potrebbe avere molto a che fare con quell'ansia della performance di cui parlavo nella scorsa newsletter (se l'hai persa la trovi nell'archivio).
Ho scelto l'immagine di un unicorno perché la trovavo rappresentativa dell'idea del mio ultimo post: Il consulente che non studia. L'ho scelto perché detesto gli unicorni, forse è l'unica bestia fantastica che mi ispira tanta antipatia. Come l'onniscienza, l'unicorno può esistere giusto nella fantasia (ma per fortuna non ne fanno ancora gonfiabili da piscina).

Cose da leggere


Mi sento più leggera per ogni "non lo so" che riesco a pronunciare, perché guadagno un'occasione per conoscere qualcosa di nuovo. Non è facile, richiede un grande allenamento per smontare le cornici in cui siamo cresciuti e non è un passaggio indolore: infatti mica sono brava. Se ti senti coraggioso puoi prenderla larga leggendo Arte di ascoltare e mondi possibili. Come si esce dalle cornici di cui siamo parte, di Marianella Sclavi.  

Credo sia anche un problema di competizione. Se senti di dover per forza dimostrarti superiore, far vedere che hai ancora da imparare non è consentito: significa mostrarsi deboli. Come può sembrare un'idea sensata? L'interdisciplinarietà del digitale non è una sfida per un solo cervello: non è così che funziona una rete. «Il cervello non scala, ma la rete sì»: ascolta David Weinberger parlare di Too Big to Know (o se preferisci leggi in italiano La stanza intelligente).

Aaaattenzione lamentele!

Hai notato che quelli che non studiano si accompagnano benissimo con quelli che non vogliono imparare? Con un certo tipo di aziende funziona benissimo: in genere in quelle in cui non è gradita l'autocritica e il misurarsi con i risultati delle proprie decisioni. Una promessa altisonante, per quanto vuota, è accolta meglio della prospettiva schietta di una fatica di lungo periodo.

Qualcosa però mi sembra che stia cambiando in meglio, che il velo inizi a scoprire i piedi delle promesse facili. Non è più rarissimo riuscire a far capire che si tratta di processi lunghi, legati a un cambiamento di mentalità e non alle dimensioni degli investimenti, che pure occorrono. Oppure è solo la mia fortunata esperienza?
Suppongo che sia normale formarsi in autonomia quando si è molto esperti e molto specializzati in un determinato campo: è difficile trovare un corso davvero utile alla propria altezza. Quello che sarebbe utile, forse, è un confronto non competitivo tra professionisti esperti. Il Santo Graal? Io ho cercato di costruirmelo grazie, per esempio, a un gruppo Facebook chiuso e ristrettissimo tra colleghi che in editoria si occupano di comunicazione. Oltre le 10 persone il vero confronto si perde, nella mia esperienza. Tu hai altre idee?
Il vanto dell'ignoranza è il male del nostro secolo: il deprecare chi studia o ha studiato. In ambito editoriale, per esempio, va ancora di moda mostrarsi "tecnolesi", come se innalzasse automaticamente il livello intellettuale. Non saper usare un ebook, fingere di non presenziare i social network. Non fare mai, mai, mai un "rispondi a tutti" nelle email. La cosa genera mostri spaventosi, pieni di hashtag #acaso e vignette di Snoopy con testi indecorosi. 

La nota ridicola


All'università ho avuto un rapporto odioso con l'antropologia: ho scansato tutti gli esami possibili ma non ne ho potuti evitare due: etnomusicologia e un altro che manco mi ricordo che titolo avesse, ma è riuscito a rendermi così indigesti i poveri Piedi Neri che non ho voluto mai più sapere nulla della faccenda.

Mi ci è voluta una carissima amica antropologa (Tostoini), un professore geniale (Raffaele Boiano, a cui devi il consiglio di leggere Arte di ascoltare) e addirittura un marito antropologo (e allora te le cerchi!, dirai tu) per capire che la materia era moooolto meglio di come mi era sembrata. Non si finisce mai di imparare, eh?

E tu?

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