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Settembre andiamo, è tempo di ammosciare. 
Autunno da qualche giorno e già si sente. Per fortuna c’è la settimana della moda e in centro trovi bizzarria per strada a rallegrare. Non è il fresco, l’oscurità, non è manco che non abbiamo niente da mettere. È il bello che inizia a cedere, se da qualche parte del mondo è primavera e l’aria sa di mare, sulle teste di qualcun altro deve annuvolare. 
E così sono arrivate quelle giornate metà e metà. Quando non piove, potrebbe piovere, stasera pioverà, forse piove e hai sbagliato scarpe. Non può succedere solo una cosa: che migliori. Il grigio s’avvicina, prende forza, s’allarga, citofona. Arriva.

Quando ti chiedono “Che ti manca di Napoli?” non sai mai che rispondere. Sono certi giorni, anzi meglio: certi pensieri. Il modo di trattare il cattivo tempo era diverso. A Milano non perdi tempo a sperare che il cielo ti faccia la grazia, non è una possibilità del regno del possibile. Ce li hai e te li tieni, maltempi e malumori, cerchi di non badarci. 
Non credo all'oroscopo neanche come barzelletta, ma faccio parte dell’altro fronte dei fessi: quelli che non sanno riscattarsi dal meteo, quelli convinti che una giornata di sole è già mezza felicità.
Se fa nuvolo, a Napoli, c'è un editto silenzioso che dice: facite ammuìna, siete nervosi autorizzati. Così s’aggira per la città un movimento collettivo di gente sfastidiata perché non c'è il sole. Perché manca l’azzurro per aria e il mare s’è fatto pozzo. Si reagisce, insomma. Che si sappia sull’Olimpo e casa di San Gennaro che non siamo abituati, ridateci quello che è nostro.
Napoli non è una nostalgia precisa, ognuno la sua. A me mancano le parole. Qui non sento più dire: ha schiarato.
Vuol dire Farsi giorno, buon tempo, allargarsi le nubi. Si usa dopo il grigio, dopo la pioggia. Dopo una nottata nera. Quando le cose tornano sopportabili. Se piove e smette, c’è sempre qualcuno che dice: ha schiarato. È una microfelicità, la campanella del liceo, quella dell’una venti. Abbiamo un verbo apposta per raccontare quei due minuti: quando pioveva, poi ha smesso. Quando era un giorno buttato, e ora è un giorno riaggiustato. Per quando non capivi, ma poi hai capito. 
Ha schiarato. E’ tornato il sole, è tornato tutto.

Che hai fatto in questi anni?
I funerali alle parole.


Ci stiano piacendo o no, si deve ammettere che questi sono anni strani. Interessanti o solo scemi non lo so, di sicuro anni velocissimi, stiamo andando dritti spediti da qualche parte, chissà precisamente dove, il muro o un futuro migliore - nessuno si azzarda a fare ipotesi. 
Nel grande cesto del “diverso da prima” ci sono le parole. Nel passato succedeva che andassero di rancido, fuori di moda. Falbo muzzo salamistro. Parole - pure graziose a volte - che invecchiano, parole che non ce la fanno. 
In questo millennio le parole prendono anche un’altra strada, se possibile ancora più deprimente. Abbiamo le parole che impazziscono, le parole bipolari. Parole che perdono lo smalto e parole che si perdono tutte, parole assassinate, parole incattivite. 
Prendete queste.
Onestà. Se la pigliarono un giorno senza permesso i Cinque Stelle. Fu un sequestro a tutti gli effetti. Onestà era una grandissima stimata notabile parola di sinistra, sapeva di sindacalisti buoni e avvocati di sangue blu, di processi di lavoro sacrosanti che andavano bene a sentenza, il licenziamento collettivo era illegittimo, la legge era uguale per tutti ma per gli onesti ancora di più. 
Onestà sapeva di pulito, di lavoro, di alte sfere, era una parola per gente perbene. Onestà. La lucidavano tutte le mattine, era una delle regine, in cima ai vocabolari. Onesto significava che eri in un certo modo. Ora significa che ci tieni parecchio a sembrare in un certo modo per ricavarne vantaggi. S’è svuotata la parola. S’è ammalata. Non significa più niente. Ti dicono: meglio competente che onesto. Il fatto è che hanno pure ragione.
 
Nazionalismo. Anche qui, con tutta la fatica che avevamo fatto per pulirla dai danni del ventennio fatale, sono arrivati leghisti e melonisti coi loro Viva l'Italia!, e il nazionalismo ha ricominciato a puzzare di panni sporchi. Lo devi ricacciare nella stalla, è tornato nei pensieri sbagliati. Se quindi sei leggermente convinto che l’Italia è la casa che non si cambia con niente al mondo, che l'America sta qua, che la geografia locale ti consente una vita che il lavoratore di New York se la sogna, meglio tenertelo per te.
Narcisista. La faccenda s’è fatta grave. Il narcisista, fino a dieci anni fa, era un insetto innocuo. Un moscerino della frutta, un fastidio nel gruppo, un altro di cui sparlare. Se ti dicevo narcisista, lo dicevo ridendo. Chi eri? Al massimo Cacciari. Insomma, narcisista è uno ridicolo che il più del danno lo fa a se stesso, un Manuel Fantoni con altri mezzi, un disperatello. Mica deve preoccupare, il narcisista, per piacere. Ora incontri il narcisista ed è come se qualcuno ti avesse infilato in casa, sotto al letto, un ragno esotico di quelli che dopo tre secondi ti mandano al camposanto.
 
I Radical Chic.
Trovarne uno che ha letto Tom Wolfe e sa dirti chi sono e in che capitolo. Forse quel libro va messo nelle antologie del liceo così le generazioni future parleranno un 1% a sproposito in meno.
Fascista. Fascista è tutto. Esprimi timido dubbio sull’utilità della e capovolta (schwa) sostenendo che le modifiche della lingua parlata precedono i cambiamenti di quella scritta e non può essere viceversa, e sei fascista. Esprimi ancora più minuscolo dubbio sulla questione dei generi e la biologia e sei fascista. Ti chiedi se questa morbosità a tutela delle fragilità non finisca per aggravare il male e sei fascistissimo. Io sono fascista almeno 5 volte al giorno e voto a sinistra da una vita pure quando si dovevano votare i cadaveri, facevo l’avvocato per la cgil e cerco di pagare le tasse e aiutare concretamente il prossimo come posso. Che ho fatto di male.
 
Benaltrismo. Chiudiamo in allegria però. Benaltrismo era una parola cafoncella, è diventata molto carina. Benaltrismo era un espediente orrendo per aggirare un problema sostenendo: signori ce n’è un altro più meritevole di attenzione. Ora vuol dire che mentre tutti si occupano di cazzate tu sventoli la questione urgente. Che ci sia una gerarchia delle urgenze in questo ventennio chi potrebbe negarlo.
Qui ci siamo io e Anna Chiara Sai, aspettando che compaiano i primi panettoni per dirci che sono ridicoli, ogni anno cominciano prima.
Più anni passano, più ti interessa meno della verità.
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Una conversazione con Domitilla Ferrari.
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Il futuro sono le nostre foto migliori che vanno in giro al posto nostro, pure benvestite.

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Siamo solo quello che le circostanze decidono di fare di noi.

Come ti vedi? Se dovessi tracciare un rapido ritratto di Montale, che cosa diresti? 
 «Non ho mai saputo quale faccia dovessi avere davanti al mondo. Gli eventi mi hanno modificato».

Montale a Biagi, Non perdiamoci di vista, Compagnia editoriale Aliberti
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Autodiagnosi: non ho niente di preciso per cui soffrire questa settimana, quindi preferisco un saggio. Assisto un poco basito alla trasformazione dei social network. Da giocattoli a tribunali morali. Vorrei capire meglio da dove viene e dove va questa tendenza a essere giusti con violenza.

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