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  Newsletter n.34 del 12/03/2021

Consumo sostenibile e condivisione di beni comuni 
 
(di Walther Orsi)



Di fronte ai danni  all’ambiente e ai cambiamenti climatici molto evidenti, si fa sempre più urgente la necessità di individuare risposte tese a dare un futuro al pianeta, ai nostri figli e nipoti.
La Comunità europea, attraverso il Next Generation EU, quale strumento di emergenza per la ripresa (Recovery fund), si propone diversi obiettivi per proteggere i mezzi di sussistenza, rimettere in sesto l’economia e favorire una crescita sostenibile e resiliente. In coerenza con gli orientamenti dell’Europa, anche l’Italia si propone una transizione ecologica che prevede nuove modalità di produzione, ma anche nuovi modelli di consumo, equo, solidale e sostenibile.

Nel nostro paese è sempre più diffusa la consapevolezza della necessità di questa profonda trasformazione, anche grazie al contributo dei mass media. Quasi ogni giorno i quotidiani, la televisione, i social ci comunicano questa difficile situazione ambientale creata dall’uomo negli ultimi decenni. Basta ricordare le tante informazioni che quotidianamente vengono diffuse sulla presenza delle plastiche negli oceani, sull’inquinamento dell’aria, sull’esondazione dei fiumi, sulle malattie provocate dalle sostanze nocive prodotte da alcune industrie, sulla presenza nei terreni di sostanze che inquinano le falde acquifere. Ma l’elenco dei danni all’ambiente sarebbe ben più lungo.

Può essere utile inoltre fare riferimento ad alcuni indicatori che sottolineano ulteriormente la necessità di un radicale cambiamento del nostro modello di produzione e consumo. Il sistema economico mondiale non è assolutamente equo perché il 12% della popolazione europea e americana consuma il 60% dei beni del mondo, mentre il 33% della popolazione più povera consuma solo il 3% di tali beni.

A questo proposito occorre ricordare che anche in Italia sono presenti forti differenze nella distribuzione dei redditi e dei consumi. C’è chi ha esagerati livelli di reddito e di consumo e chi vive in situazioni di assoluta povertà (sono  circa 5 milioni di persone). Il 15,2% degli italiani ha una seconda casa, mentre invece il 10% di tale popolazione non ha una abitazione sana e sicura nel tempo. Queste differenze purtroppo tendono ad aumentare ulteriormente a causa dell’emergenza Covid.

Ma al di là delle differenze l’Italia tende ad avere mediamente elevati livelli di consumo soprattutto per determinati beni: è sufficiente ricordare che siamo il secondo paese al mondo, per tasso di motorizzazione, con 646 auto per 1.000 abitanti e che gli italiani possiedono più di uno smartphone a testa (sono infatti 80 milioni per 60 milioni di residenti). Un recente studio americano stabilisce che mediamente le famiglie sono circondate da 300.000 oggetti, nella maggior parte inutili, che non vengono buttati “perché potrebbero servire”. 

Di fronte alla necessità di un forte cambiamento dei sistemi produttivi e di consumo è giusto confidare nelle notevoli potenzialità delle politiche europee ed italiane, legate al Next Generation EU, ma non è sufficiente. Credo sia fondamentale che ogni persona assuma nuovi valori, modelli culturali e stili di vita. Occorre interrogarsi sui nostri modelli di consumo e di uso dei beni, per verificare la sostenibilità di determinati comportamenti. C’è chi dice che “basterebbe sgombrare gli appartamenti delle cose superflue per dare spazio alle persone e agli affetti”. 

A questo proposito, anche stimolati da questo periodo di isolamento forzato a causa della pandemia, si stanno diffondendo comportamenti orientati a contrastare la povertà, a ridurre i consumi superflui, a donare beni e servizi di prima necessità a persone in situazioni di bisogno, ma anche a dare nuova vita ad oggetti che non usiamo più. Ricordo alcune esperienze emblematiche in questo senso che riguardano la Regione Emilia Romagna:
Esistono poi altri modelli di comportamento, tesi a migliorare la sostenibilità ambientale, che si propongono di privilegiare la condivisione dei beni comuni rispetto ai consumi individuali. Ricordo alcune buone pratiche sociali orientate in questo senso: Per promuovere buone pratiche sociali e progetti orientati ad un consumo sostenibile e alla condivisione dei beni comuni è necessario prepararsi a rispondere ad una critica facilmente prevedibile. Come conciliare l’esigenza di una ripresa dell’economia, attraverso un rilancio dei consumi, con una responsabilizzazione dei cittadini in merito all’uso dei beni individuali e collettivi? 

Credo sia fondamentale procedere da un lato verso una redistribuzione più equa dei consumi individuali, ma dall’altro verso un contenimento dei consumi individuali superflui, per investire sempre più in beni e servizi comuni prioritari. A questo proposito, la pandemia ha messo in evidenza l’importanza appunto di determinati beni e servizi comuni, quali: la scuola, l’università, l’educazione e la formazione delle nuove generazioni, gli interventi a sostegno del reddito e dell’occupazione, la promozione della salute, la sanità, i servizi sociali, la sicurezza, la protezione civile, le infrastrutture, le reti informatiche e comunicative, la logistica.

Occorre quindi coinvolgere sempre più risorse progettuali ed economiche  individuali, famigliari, comunitarie, capacità professionali ed imprenditoriali, conoscenze, esperienze e tecnologie verso progetti territoriali di inclusione sociale, di transizione ecologica, di digitalizzazione, per la cura dei beni comuni e per il miglioramento della qualità della vita dei nostri figli e nipoti.

Un’esperienza emblematica, che in questa prospettiva rappresenta anche una vera e propria sfida, è quella del Fondo di Comunità, promosso a Bologna da Città metropolitana, Comune di Bologna, Unioni e Comuni dell’area metropolitana, insieme a imprese, associazionismo e sindacati. Dare per Fare. Nessuno resti scoperto è “l’ambizioso slogan che accompagna la nascita del Fondo sociale di comunità, un nuovo strumento di welfare metropolitano che raccoglie risorse, beni, progetti, idee per rispondere ai bisogni economici e sociali delle persone, dovuti principalmente all’emergenza Covid”. “Per avviare e promuovere le azioni del Fondo la Città metropolitana ha messo a disposizione 560.000 euro per acquistare dispositivi digitali e connessioni; il Comune di Bologna 2.000.000 di euro per lo sviluppo e il rafforzamento dell’azione metropolitana di inserimento lavorativo e sostegno al reddito. Si aggiunge circa 1.000.000 di euro che Unioni e Comuni dell’area metropolitana programmano congiuntamente nell’ambito del Fondo per rafforzare azioni di sostegno al reddito. Le risorse raccolte saranno distribuite attraverso il sistema dei Servizi sociali, educativi e per il lavoro, sviluppando un forte coordinamento e una messa a sistema delle attività promosse dai diversi soggetti pubblici e privati”. 
In questo periodo di emergenza, penso siano nate tante altre esperienze di consumo sostenibile e di condivisione di beni comuni che sarebbe bello far conoscere. Proprio per questo Cittadinanzattiva Emilia Romagna è molto interessata a ricevere il Vostro prezioso contributo di esperienze, idee e proposte, che potete inviarci attraverso:
Per conoscere le buone pratiche sociali di cittadinanza attiva:

https://buonepratichesociali.cittadinanzattiva-er.it/
Guarda i video dei seminari sulle buone pratiche sociali dei cittadini a Bologna sul nostro canale Youtube:

https://www.youtube.com/channel/UCz18I362U8en5jOjNipI-pg
 
#buonepratichesociali di Cittadinanzattiva Emilia Romagna
un progetto di Walther Orsi

con la collaborazione di
Irene Amendola, Anna Baldini, Francesca Capoccia, Salvatore Condorelli, Paola Cuzzani, Claudia D'Eramo, Corinna Garuffi, Angelica Leoni, Francesco Scotece, Lorenzo Patera, Anastasiia Vitiuk
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